Famiglie e studenti

L’istruzione tecnica è in declino: subito un nuovo diploma universitario per rilanciarla

di Attilio Oliva*

L’istruzione tecnica italiana è penalizzata da due anomalie rispetto all’Europa. La prima riguarda la scuola secondaria, la seconda l’istruzione tecnica superiore (terziaria).

I nodi dell’istruzione tecnica
La prima: i curricula e la didattica degli istituti tecnici risentono della persistente gerarchia dei saperi, di gentiliana memoria, tra cultura letterario-umanistica e cultura tecnico-scientifica. La conseguenza è nota: una progressiva omologazione pedagogica degli istituti tecnici ai licei (la cosiddetta “licealizzazione”). Il risultato: un fortissimo declino degli iscritti agli istituti tecnici che dal 1990 al 2014 passano dal 46% al 32% sul totale degli iscritti alla scuola superiore, mentre gli iscritti ai licei salgono dal 33% al 48 per cento. Non è da sottacere in proposito anche una funzione di “disorientamento” da parte di troppi insegnanti delle scuole medie (anch’essi orientati a privilegiare le lettere) e di troppe famiglie attratte da un presunto status dei percorsi liceali che propongono l’immagine di ”uomo colto” in senso letterario-umanistico a dispetto della cultura dei numeri, delle misurazioni, del fare e del verificare tipiche del sapere tecnologico e scientifico.

Le riforme Fioroni e Gelmini
Le riforme del 2008 (Fioroni e Gelmini) si sono mosse nella giusta direzione ma le innovative aperture della normativa (più autonomia, più flessibilità, più ricorso a esperti esterni, una impostazione dei curricula per competenze eccetera) si sono scontrate con problemi di concreta applicazione (risorse modeste, rigidità contrattuali nella gestione del personale, ecc.). Meglio allora ritornare all’antico riconoscendo agli istituti tecnici uno statuto e una governance speciale che li distingua dai licei ( così come è stato fino al 1975).

L’alternanza
Una nota felice è l’alternanza scuola-lavoro che la recente legge 107/2015 ha finanziato (100 milioni nel 2016) e reso obbligatoria. Ci saranno certamente difficoltà perché il mondo della scuola e il mondo del lavoro da troppi anni viaggiano ciascuno per conto proprio, ma la legge è una straordinaria occasione perché la nostra scuola diventi più europea.

La mancanza di un’offerta di percorsi terziari
La seconda grande anomalia rispetto all’Europa riguarda la mancanza di un’offerta di percorsi terziari di istruzione tecnica superiore breve (2-3 anni) che sarebbero necessari per colmare il vuoto di offerta, che in Italia sussiste da sempre, tra la scuola e l’università. Infatti nella popolazione di età 30-34 anni, i laureati (3-5 anni) in Italia sono solo il 21% contro una media Ue del 30%, cui si aggiunge un ulteriore 9% di studenti con diplomi o lauree in corsi professionalizzanti di 2 o 3 anni, offerta che da noi non esiste.

Luci e ombre degli Its
Anche il lodevole avvio nel 2008 degli Its (Istituti tecnici superiori), corsi biennali post scolastici professionalizzanti che rilasciano il titolo di «tecnico superiore», è stato pesantemente frenato nel suo sviluppo soprattutto per carenza di risorse statali e regionali (solo 17 milioni all’anno) talché oggi in 70 Its esistenti risultano iscritti solo 4.000 studenti, un numero del tutto irrisorio! E la nostra università? In tutta l’Europa esiste un’offerta distinta dall’università tradizionale (3 – 5 anni) di “Istituti universitari di tecnologia” e/o di “scienze applicate” con corsi di 2 – 3 anni che attraggono complessivamente centinaia di migliaia di studenti. Allora è necessario non solo destinare maggiori risorse allo sviluppo degli Its, ma anche istituire dentro gli atenei nuovi Iup (Istituti universitari professionalizzanti) di 2 o 3 anni, con propria autonomia finanziaria e di governance, che prevedano tirocini esterni e gran parte di docenti provenienti dal mondo del lavoro e delle professioni.

Rilanciare l’istruzione tecnica
Sarebbe opportuno che i nostri decisori pubblici si convincessero che bisogna porre veloce rimedio alle due anomalie evidenziate, perché a favore dello sviluppo dell’istruzione tecnica ci sono molte ragioni strategiche. Innanzitutto ragioni economiche: le nostre merci e servizi per essere competitivi devono incorporare più valore aggiunto e questo lo si può ottenere con il diffondersi di una cultura tecnico-scientifica e con quadri tecnici e manageriali con competenze specialistiche.

Ci sono poi ragioni educative: in una scuola di massa bisogna tener conto di giovani con diverse forme di intelligenza, di diversi livelli di provenienza culturale e sociale, e di bisogni e aspirazioni individuali differenziati. A questi giovani vanno offerti percorsi alternativi ma di pari dignità, in modo da attrarli e motivarli e va superata la falsa novella di una scuola tecnica che si ritiene di più basso livello culturale.

Infine ci sono anche buone ragioni politiche. Fin dal Libro Bianco della Cresson (Commissaria Ue 1996) si raccomandava la fine della contrapposizione tra cultura generale e formazione tecnico-professionale e si incitava la creazione di nuovi ponti tra scuola, società e impresa. Anche i famosi “obiettivi di Lisbona” del Consiglio europeo del 2000 indicavano tre priorità: l’aumento di diplomi e lauree scientifiche, la riduzione degli abbandoni, lo sviluppo delle Itc. Purtroppo da noi le cose non sono andate così e le nostre due anomalie fino ad oggi sono state appena scalfite.

*Attilio Oliva è presidente dell’Associazione TreeLLLe


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