Famiglie e studenti

Mettere al centro i ragazzi, premiare i docenti migliori

di Franco Lorenzoni

Si è parlato molto di musei e vorrei raccontare che due anni fa, quando sono andato con i miei bambini di Giove, piccolo paese del Viterbese, a Venezia, ho chiesto loro di prendere ciascuno una riproduzione e di dare un titolo all’opera scelta. Ilenia, molto timida, scelse De Chirico e lo intitolò “Torre silenziosa”, l’esuberante Mattia scelse Dalì e lo chiamò “Pesce fuor d’acqua”, Greta, in piena preadolescenza, scelse quel dipinto di Magritte in cui c’è un cielo diurno sopra a una casa notturna e l’ha chiamato “Sole scuro”. Ci siamo guardati con la mia collega Cornelia, riconoscendo in quei titoli degli straordinari autoritratti. Ora non è esattamente questo che la scuola dovrebbe fare? Dare la possibilità a bambini e ragazzi di confrontarsi con manufatti culturali per incontrare e capire qualcosa di più di se stessi, di se stessi nel mondo?

Questo vale con l’arte, la letteratura, ma anche con la matematica perché c’è chi riconosce qualcosa di sé confrontandosi con l’infinito contenuto nella relazione tra il lato e la diagonale del quadrato, con l’irrazionalità evocata dalla radice di 2.

Noi insegnanti credo non si debba dimenticare mai che la cultura è relazione. Un libro non ha nessun valore se sta lì. Ha valore nel momento in cui io lo leggo, lo faccio mio, ci ritrovo qualcosa di me.

C’è poi un secondo aspetto in cui cercare senso al nostro stare a scuola: la bellezza di incontrarsi in gruppo e costruire, giorno dopo giorno, una comunità fondata sul dialogo e il confronto autentico. Se io scopro perché a te piace un racconto, scopro qualcosa di più di quel racconto e qualcosa più di te e la cosa più bella è “sfregare e limare il nostro cervello contro quello degli altri”, come ci ricorda Montaigne.

Nel nostro paese due milioni e mezzo di giovani non studiano e non lavorano. Affrontare il tema del non lavoro è cosa che spetta all’impresa, alla società, alla politica. Ma che smettano di studiare è un problema di cui ci dobbiamo interrogare con severità innanzi tutto noi insegnanti e chi guida la scuola. La dispersione scolastica non riguarda solo i ragazzi che smettono di andare a scuola. C’è una dispersione scolastica più sottile, dei troppi ragazzi che smettono di credere allo studio come possibilità di miglioramento della loro vita.

Nelle scuole c’è una quantità di sofferenza infantile impressionante e allora credo che due tensioni debbano animare noi insegnanti: una curiosità viva verso il mondo, animata da un amore per la conoscenza e la bellezza del sapere da un lato, e una capacità di ascolto, attenzione, premura verso i bambini e ragazzi dall’altro. Verso tutti i bambini, nessuno escluso. Ma per riuscire ad accogliere e sostenere tutti c’è bisogno di tanta formazione nella scuola e, soprattutto, di una formazione di qualità che parta dal basso e valorizzi coloro che nella scuola si spendono con passione. Una formazione che non sia solo disciplinare, perché per affrontare i tanti problemi che hanno ragazze e ragazzi ci vogliono competenze diverse e una capacità di lavorare in gruppo. Uno dei motivi per cui diffido dei premi economici concessi ad alcuni insegnanti è perché so quanto mineranno la difficile costruzione di una comunità di ricerca nella scuola. Perché non premiare piuttosto gli insegnanti più attivi e coloro che sperimentano dando loro la possibilità di insegnare agli insegnanti, unendo diverse scuole in rete in percorsi di formazione dando maggior salario a chi svolge questo lavoro prezioso?

So di essere stato invitato qui perché ho lavorato con Renzo Piano ad un progetto di scuola innovativa di cui il Sole ha già parlato. Qui tengo solo a dire che se c’è qualche pregio in quel progetto, credo lo si debba al fatto che ci si è lavorato tenendo presenti diversi punti di vista. Renzo Piano, ad esempio, è molto affezionato all’idea che il piano terra sia aperto, permeabile alla città, ma io ritengo che i bambini dai 3 agli 8 anni abbiano il diritto di avere aule aperte all’esterno per toccare la terra, sporcarsi, sperimentare. Sono convinto che ogni aula dei piccoli debba sempre avere un corrispettivo esterno naturale dove sostare, giocare, perché la natura ci insegna due cose fondamentali: l’attesa (perché se pianto un seme devo aspettare) e l’aleatorietà (perché non so se nascerà). Sono due insegnamenti fondamentali per i bambini di oggi, vittime di un bisogno compulsivo di avere sempre risposte immediate ai loro desideri. Dopo lungo discutere Renzo Piano ha fatto volare la terra al primo piano…

Ricordiamoci però che per aprire le scuole al territorio e farne luoghi di una aggregazione sociale sempre più necessaria ci vogliono investimenti adeguati ed è per questo che con forza propongo un “movimento del 6%”, cioè un impegno comune perché anche nel nostro paese si arrivi ad investire almeno il 6% del Pil nell’educazione, come in diversi paesi del nord Europa.


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