Famiglie e studenti

La tecnologia in classe deve alimentare il pensiero

di Roberto Casati

L’ultimo studio PISA-OCSE mostra che gli investimenti nelle tecnologie a scuola hanno un beneficio iniziale, che chiamo la “zona buona”, ma anche che al crescere di questi investimenti i risultati tendono a ritornare al livello di partenza, ossia al livello precedente all’esposizione delle tecnologie. Addirittura, a partire da una certa quantità di iniezione tecnologica, si ottengono risultati controproducenti, cioè il livello scolastico scende.

Bisogna cercare di restare nella zona buona. Dobbiamo capire in che modo le nuove tecnologie fanno la differenza e capire quando non servono, quindi capire i meccanismi cognitivi che permettono alle tecnologie di funzionare nei contesti appropriati, per evitare di sprecare investimenti o, addirittura, di creare esternalità negative, ossia effetti completamente controproducenti.

È un problema di design istituzionale e non ci sono delle scorciatoie tecnologiche. Dobbiamo agire in due sensi. Da un lato insistere molto sulla lettura approfondita. La lettura in profondità e in particolare la lettura dei libri rende possibile un aumento enorme del lessico a disposizione dei bambini della scuola primaria. Un bambino che proviene da una famiglia che legge e che legge molti libri − perché è nei libri che si trova il lessico ricco − possiede un lessico che può arrivare fino al doppio rispetto a quello di un bambino che legge poco. La lettura sviluppa la creatività perché obbliga il vostro cervello a fare un lavoro che vi viene risparmiato dai videogiochi e dai film: le immagini dovete crearvele da voi. Inoltre la lettura dei libri permette il riesame di argomentazioni complesse. È uno dei pochissimi veicoli che abbiamo oggi per introdurre nelle scuole contenuti complessi, difficili da assimilare, ma la cui assimilazione è facilitata dal fatto che sono presentati in un formato particolare. Il formato particolare di cui parlo è il libro. Io non sono un nemico del digitale (contribuisco allo sviluppo di software educativi), però è chiaro che in certi contesti il libro di carta ha dei vantaggi notevoli. Il vantaggio più importante è che stipula e rispetta un contratto sull’attenzione. Mentre voi leggete un libro di carta, non avete nessun tipo di distrazione all’interno del supporto stesso.

Se la varianza nelle pratiche di lettura oggi è ampiamente spiegata dall’appartenenza o meno a una famiglia di lettori, solo la scuola può rimediare a questo tipo di disuguaglianza. Deve diventare il vettore principale per la lettura approfondita, dando un messaggio istituzionale molto chiaro, che è quello di far leggere in classe. Se la scuola dice che bisogna leggere a casa e durante le vacanze sta dicendo che per lei la lettura non è importante. Solo quando la scuola farà il passo di accogliere le pratiche di lettura all’interno del contesto scolastico, si potrà attirare nella ragnatela della lettura una popolazione che per il momento non vi è sufficientemente esposta.

In secondo luogo, dobbiamo creare le condizioni per passare, nei contesti scolastici, dall’uso delle tecnologie alla loro comprensione. Le tecnologie sono oggi di uso facilissimo: la grande rivoluzione digitale non ha riguardato la tecnologia, ma il design. Ma proprio per questo sono vissute come magiche. Fin dalla scuola primaria si dovrebbe imparare a programmare, usando dei veicoli semplici come Scratch. E si dovrebbe pensare seriamente a utilizzare non tanto tablet e smartphone, ma piattaforme come Arduino o Raspberry PI, aperte, economicissime e corredate di una vasta biblioteca di progetti educativi. Sostituire, insomma, oggetti pensati per il consumo con oggetti pensati per il fare.

L’ultimo studio PISA-OCSE mostra che gli investimenti nelle tecnologie a scuola hanno un beneficio iniziale, che chiamo la “zona buona”, ma anche che al crescere di questi investimenti i risultati tendono a ritornare al livello di partenza, ossia al livello precedente all’esposizione delle tecnologie. Addirittura, a partire da una certa quantità di iniezione tecnologica, si ottengono risultati controproducenti, cioè il livello scolastico scende.

Bisogna cercare di restare nella zona buona. Dobbiamo capire in che modo le nuove tecnologie fanno la differenza e capire quando non servono, quindi capire i meccanismi cognitivi che permettono alle tecnologie di funzionare nei contesti appropriati, per evitare di sprecare investimenti o, addirittura, di creare esternalità negative, ossia effetti completamente controproducenti.

È un problema di design istituzionale e non ci sono delle scorciatoie tecnologiche. Dobbiamo agire in due sensi. Da un lato insistere molto sulla lettura approfondita. La lettura in profondità e in particolare la lettura dei libri rende possibile un aumento enorme del lessico a disposizione dei bambini della scuola primaria. Un bambino che proviene da una famiglia che legge e che legge molti libri − perché è nei libri che si trova il lessico ricco − possiede un lessico che può arrivare fino al doppio rispetto a quello di un bambino che legge poco. La lettura sviluppa la creatività perché obbliga il vostro cervello a fare un lavoro che vi viene risparmiato dai videogiochi e dai film: le immagini dovete crearvele da voi. Inoltre la lettura dei libri permette il riesame di argomentazioni complesse. È uno dei pochissimi veicoli che abbiamo oggi per introdurre nelle scuole contenuti complessi, difficili da assimilare, ma la cui assimilazione è facilitata dal fatto che sono presentati in un formato particolare. Il formato particolare di cui parlo è il libro. Io non sono un nemico del digitale (contribuisco allo sviluppo di software educativi), però è chiaro che in certi contesti il libro di carta ha dei vantaggi notevoli. Il vantaggio più importante è che stipula e rispetta un contratto sull’attenzione. Mentre voi leggete un libro di carta, non avete nessun tipo di distrazione all’interno del supporto stesso.

Se la varianza nelle pratiche di lettura oggi è ampiamente spiegata dall’appartenenza o meno a una famiglia di lettori, solo la scuola può rimediare a questo tipo di disuguaglianza. Deve diventare il vettore principale per la lettura approfondita, dando un messaggio istituzionale molto chiaro, che è quello di far leggere in classe. Se la scuola dice che bisogna leggere a casa e durante le vacanze sta dicendo che per lei la lettura non è importante. Solo quando la scuola farà il passo di accogliere le pratiche di lettura all’interno del contesto scolastico, si potrà attirare nella ragnatela della lettura una popolazione che per il momento non vi è sufficientemente esposta.

In secondo luogo, dobbiamo creare le condizioni per passare, nei contesti scolastici, dall’uso delle tecnologie alla loro comprensione. Le tecnologie sono oggi di uso facilissimo: la grande rivoluzione digitale non ha riguardato la tecnologia, ma il design. Ma proprio per questo sono vissute come magiche. Fin dalla scuola primaria si dovrebbe imparare a programmare, usando dei veicoli semplici come Scratch. E si dovrebbe pensare seriamente a utilizzare non tanto tablet e smartphone, ma piattaforme come Arduino o Raspberry PI, aperte, economicissime e corredate di una vasta biblioteca di progetti educativi. Sostituire, insomma, oggetti pensati per il consumo con oggetti pensati per il fare.


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