Famiglie e studenti

Dalla Francia alla Germania: i modelli a cui si può ispirare l’Italia

di Attilio Oliva *


In tutti i paesi europei esistono due modelli di formazione scuola – lavoro consolidati e praticati da anni. Uno è l’alternanza e l’altro è l’apprendistato. Parlo di tutti e due perché a volte sono in alternativa, a volte si integrano, a seconda dei paesi.

I due modelli
Il modello dell’alternanza è quello che si svolge con responsabilità educative e gestionali della scuola, la scuola è il leader, integrata da esperienze di lavoro presso una impresa (o un ente operativo), ma è la scuola che conduce e guida le operazioni. Quello che è avvenuto in Italia con la recente legge 107 (la cosiddetta Buona Scuola), questa forte apertura all’alternanza, anche con significative risorse (100 milioni per il 2016) è un segno molto concreto e apprezzabile perché si passa da quando l’alternanza fu avviata nel 2003 con scarsa convinzione (e risorse) a un’alternanza oggi praticabile con linee guida e risorse. Ciò vuol dire che c'è una volontà seria da parte del Governo. La legge prevede 400 ore obbligatorie in 3 anni per gli istituti tecnici e professionali, circa 10 settimane modulabili nei diversi anni (quindi il primo anno possono essere meno, nell’ultimo di più): sta alle scuole nella loro autonomia prendere decisioni in base al contesto in cui operano. Può sostituire anche il tempo scuola, nel senso che può svolgersi durante le ore scolastiche ma può anche essere giocato nei tempi extrascolastici o nelle vacanze estive. Tutto ciò apre un ventaglio di possibilità che le scuole possono gestire con le imprese e altri enti del territorio.
L’apprendistato, invece, è una modalità di formazione scuola-lavoro gestita dalle imprese. La modalità formativa si svolge con responsabilità educativa dell’impresa e la scuola integra con un certo numero di ore di cultura generale. L’apprendistato si svolge con un contratto di lavoro tipico, con remunerazioni sempre molto più modeste di quelle del contratto nazionale di settore. Il tempo che l’apprendista passa nelle imprese è circa 2 terzi e il tempo che passa a scuola è circa un terzo: la situazione è così capovolta rispetto all'alternanza.
L’Italia sta rafforzando il primo modello, l’alternanza, e sta anche avviando la sperimentazione del secondo modello, l’apprendistato che con il job’s act può avere un sostanziale sviluppo.

Il modello francese
Dell’Italia non dico perché si sa già tutto, cito invece tre casi in Europa di Paesi che da tempo praticano uno dei due modelli o entrambi. È il caso della Francia dove il sistema scolastico è molto simile al nostro. Al termine della scuola obbligatoria tutti gli studenti devono effettuare uno stage di una settimana in un’impresa o simili: questo è il primo contatto con il mondo del lavoro ed è obbligatorio per tutti gli studenti. È un’esperienza una tantum ma dà il segnale che il mondo della scuola vuole capire cosa succede fuori dalle sue mura. Dopo l’obbligo (15 anni) il percorso scolastico si sviluppa su tre filoni: i licei generalisti, i licei tecnologici (i nostri istituti tecnici) e i licei professionali (i nostri istituti professionali). Nei licei generalisti si iscrivono circa i 2/3 degli studenti, quindi una percentuale molto elevata, ai licei tecnologici si iscrive il 15% e ai professionali il 20% degli studenti. I percorsi durano 3 anni e si concludono con un “baccalaureat” diverso a seconda dei filoni. Nei licei generalisti non c’è nessuna alternanza, nei licei tecnologici c’è pochissima alternanza, quindi si può dire che la scuola francese non è molto impegnata sull'alternanza per tutti; solo nei licei professionali, che sono frequentati da circa il 20% del totale degli studenti, sono previste 900 ore di alternanza, il doppio delle nostre. Quindi l’alternanza è giocata sui licei professionali ed è quasi ignorata negli altri due filoni. Lo studente riceve al termine un rapporto dello stage, con una certificazione finale. Nell’apprendistato invece operano 300.000 giovani, soprattutto i più deboli, quelli meno acculturati e meno pronti ad affrontare un percorso di studi più complesso. Questi 300mila giovani sono impegnati nell’apprendistato con contratto pagato e passano i 2/3 del tempo nelle imprese e 1/3 del tempo in Centri di formazione per l’apprendistato che non sono scuole regolari ma altri tipi di scuole pagate dallo stato dalle regioni e dalle imprese, con docenti a contratto privato.

I modelli tedesco e olandese
Al centro nord l’Europa si caratterizza per una tradizione e una cultura molto orientata al lavoro. Gli studiosi si rifanno spesso a due elementi: il primo è l’ambiente e il clima del nord che è poco favorevole all’ozio e che implica la necessità per i suoi cittadini di ragionare e operare in termini di programmazione dei loro obiettivi e delle operazioni conseguenti; il secondo elemento è il protestantesimo, che rompe con la cultura biblica-cristiana del lavoro come maledizione (“lavorerai con il sudore della fronte”). Il protestantesimo, invece, considera il lavoro come una vocazione, quasi una chiamata alla partecipazione dell'uomo alla creazione divina. “Lavorare e fare bene”, “nessun premio senza impegno” sono motti popolari della cultura tedesca e sono spie dell'attribuzione di una certa sacralità al lavoro. Così a tutti i livelli della società il lavoro è un impegno sentito responsabilmente da tutti. Si capisce allora il sistema scolastico della Germania che è molto particolare: dopo i 15 anni da un lato ci sono i licei generalisti, per poco meno della metà degli studenti, e dall’altro lato, per più di metà degli studenti, il “sistema duale”, che vuol dire 1/3 del tempo a scuola e 2/3 del tempo in un’impresa con contratto di apprendistato. È un’organizzazione imponente, che si fa fatica a capire perché è un modello lontanissimo dal nostro. Ad esempio, il duale certifica oltre 300 qualifiche professionali uguali per tutto il paese, con esami presso le Camere di commercio. Nell’impresa ci sono dei tutori (i Meister) che devono avere 5 anni di preparazione sul lavoro più 1 anno di corso speciale. Le imprese investono su questi Meister che sono loro preziosi dipendenti per seguire ed istruire i giovani in apprendistato. I programmi del sistema duale sono formulati e coprogettati con le parti sociali a livello centrale. Questo è un paradigma per noi curiosissimo: in Italia abbiamo la scuola pensata e regolata dal centro, uguale per tutti, mentre la formazione professionale è lasciata alle Regioni, diversa per tutti, con una notevole confusione di qualifiche. In Germania è esattamente il contrario: la formazione professionale è pensata, programmata e regolata dal centro, mentre la scuola è in mano ai singoli Land, alle grandi regioni, spesso con un'offerta abbastanza diversificata. Nel duale ci sono anche le Scuole professionali che integrano la formazione degli studenti in apprendistato con un periodo scolastico per circa 1/3 del tempo o addirittura si sostituiscono all'apprendistato, quando i giovani non riescano ad essere selezionati dalle imprese. Questi giovani allora restano nelle scuole professionali sperando di essere selezionati per l’apprendistato l’anno successivo. Questo modello crea anche problemi, perché molti di questi giovani che non riescono a entrare nel duale hanno maggiori difficoltà a trovare lavoro perché le imprese preferibilmente attingono fra quelli che hanno fatto bene l'apprendistato. Il sistema duale riguarda 1 milione e 400mila giovani, che hanno un contratto di lavoro di 3 anni con un’età media di accesso di 20 anni. Infatti va notato che non vanno a fare l’apprendistato solo gli studenti di scuola ma anche persone che hanno già preso la maturità e cercano di fare l’apprendistato per poi trovare più facilmente un lavoro. Vengono impegnati, lo ripetiamo, circa 2/3 del tempo in imprese e 1/3 a scuola. Ma quante sono le imprese accreditate per questa offerta? Sono almeno il 30% e naturalmente in primo luogo le grandi e le medie che hanno Meister specializzati in questo lavoro. Ora il caso dell’Olanda. Nei licei si iscrive circa il 40% degli studenti, il 60% si iscrive in “percorsi professionalizzanti” (vocational). Questi percorsi possono prevedere l’alternanza (e sono scelti dall'80% degli studenti) o l’apprendistato (scelti dal 20% degli studenti). Mentre la Germania è tutta apprendistato, in Olanda emerge chiaramente che le famiglie sono poco propense a mandare i ragazzi quindicenni in apprendistato nelle imprese, e invece sono molto favorevoli all’alternanza. I percorsi professionalizzanti non fanno distinzione fra tecnici e professionali, ma sono percorsi che danno luogo a 4 livelli diversi (dal primo al quarto livello europeo dell’Eqf): lo studente può fare quanti livelli vuole, è, cioè, un sistema che consente ai giovani di traguardare i livelli che preferiscono.

Conclusioni
Si è visto che in Europa ci sono modelli diversi ma che hanno in comune alcuni elementi. Esistono sempre due canali, l’alternanza e l’apprendistato, che possono essere paralleli o complementari. C’è un generale atteggiamento positivo nei confronti del valore formativo del lavoro e c’è una forte responsabilizzazione sociale delle imprese e degli imprenditori che, senza bisogno di essere pressati da nessuno, sentono che è loro dovere occuparsi dei giovani (anche per avere poi persone ben formate). Ne deriva che per decidere, programmare e correggere il modello formativo, il coinvolgimento delle imprese è assicurato sia a livello di governo centrale che periferico. Allora cosa è necessario fare da noi per sviluppare l’alternanza? Il Miur sta facendo una lodevole campagna di formazione presso le scuole e gli insegnanti, con la pubblicazione di linee-guida che hanno bisogno di essere capite dagli insegnanti e dai presidi. Ma, affinché siano interiorizzate e praticate dal personale scolastico, ci vorrà uno sforzo ben più consistente a livello degli Uffici scolastici regionali per promuovere l’alternanza per la formazione dei giovani. Sarà necessario contemporaneamente coinvolgere le imprese. La prima lamentela che Confindustria fa è che le industrie non sono coinvolte se non episodicamente nella progettazione dei percorsi formativi né a livello centrale né a livello locale. Ma anche agli imprenditori si chiede di credere in questo progetto e di sentirsi responsabili socialmente. Questa è una cultura crescente in Confindustria, ma il ministero deve aiutare questa cultura a diffondersi nel suo ambito: bisogna favorire gli imprenditori sensibili a far sì che si trascino dietro quelli meno sensibili. Per cominciare Confindustria e altre rappresentanze di categorie disponibili dovranno essere da subito essere parte integrante della progettazione dell'alternanza e bisognerà dar lugo a “Commissioni centrali per settori” dove si programma, si controlla e si corregge. In definitiva sarà necessaria una paziente sperimentazione perché in Italia sono prevedibili difficoltà gravi nell’applicazione, perché il nostro è un paese dove scuola e lavoro sono stati e sono tuttora fortemente separati, dove ci potrà essere un’iniziale difficoltà di dialogo per il modo di pensare e parlare degli insegnanti e quello dei manager e degli imprenditori e infine – ed è soprattutto questo il punto più debole in Italia – per la prevalenza di imprese piccole che evidentemente hanno pochi manager e poco tempo a disposizione per fare formazione ai giovani studenti: potrebbero vederli come costi e preoccupazioni in più. Questa è la psicologia tipica di un piccolo imprenditore che ha già mille problemi al giorno da risolvere. Da qui nasce la necessità di pensare a incentivazioni specifiche per le imprese che si rendano disponibili e che offrano requisiti credibili, perché non si può pensare che le piccole imprese aprano le braccia allegramente a questa innovazione. D’altra parte questa legge dell'alternanza è ben venuta, bisogna plaudire al Governo che l'ha fatta e che ci crede. La legge sull’alternanza è una straordinaria occasione da non perdere per diventare più europei. Se dovesse fallire il risultato sarebbe una generale frustrazione e l'affossamento dell'esperienza per molti anni.

*Presidente Fondazione TreeLLLe


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