Famiglie e studenti

Più della metà degli insegnanti non ha mai sperimentato il coding

di Gianni Rusconi


Il legame fra adolescenti e bambini e tecnologia, nell’era del digitale, è noto a tutti come sia molto stretto. Lo è sicuramente fra le mura domestiche, lo è un po' meno sui banchi di scuola. Eppure qualcosa si sta muovendo, e non solo per ciò che concerne la crescente dotazione hardware (computer, tablet, lavagne interattive) presente nelle classi. Il progetto “Programma il Futuro” avviato l'anno passato del Miur in collaborazione con il Cini (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l'Informatica) va per esempio nella direzione di formare gli studenti più giovani (e con loro molti docenti) ai concetti base dell’informatica.

Partendo, ed è questa la nuova scommessa intrapresa dal governo con il supporto di varie aziende tecnologiche (Telecom Italia, Samsung, Facebook, Google e altre) da una disciplina importante come la programmazione, il cosiddetto “coding”, insegnata agli alunni dagli 8 ai 14 anni attraverso strumenti di facile utilizzo e che non richiedono un'abilità particolarmente avanzata al computer. Quello della scuola 2.0 è un tema che vede impegnata da tempo, e molto attivamente, Samsung Electronics e la “Settimana Europea della Programmazione” (la Eu CodeWeek, giunta alla sua terza edizione) è stata quindi l'occasione per organizzare lezioni aperte di “coding” presso la sede milanese della società coreana (il Samsung District) e il Temporary Store Samsung/Tim in Expo. Ma non solo. A firma Samsung è anche un altro progetto tutto italiano, denominato Smart Coding, rivolto alle scuole primarie e secondarie di primo grado (un migliaio quelle che hanno aderito su scala nazionale). Il suo fine? Favorire un percorso didattico di tipo laboratoriale per facilitare lo sviluppo delle modalità di apprendimento.

Da queste basi è nata, all’interno dello stesso progetto, la ricerca condotta dal Cremit dell’Università Cattolica di Milano nell’ambito dell’Osservatorio sui Media Digitali a Scuola realizzato insieme a Indire (l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa, il più antico ente di ricerca del Ministero dell'Istruzione). Una ricerca che è anche una primizia assoluta in Italia per l’analisi delle aspettative e i livelli di conoscenza di insegnanti, studenti e genitori in materia di coding. L’indagine ha preso in considerazione le risposte di un campione di circa un migliaio di soggetti (circa 460 gli studenti) e ha detto a chiare lettere come il “fenomeno” sia stato finora un oggetto sconosciuto o poco sperimentato. Nello specifico, più della metà degli insegnanti non avevano mai sperimentato il coding e il 70% degli studenti non aveva mai fatto attività di questo genere in classe (quanto ai genitori, il 74% non ne aveva mai sentito parlare). Diverse sono le chiavi di lettura per interpretare il livello di conoscenza dei linguaggi digitali, e fra queste, come ha spiegato al Sole24ore.com il direttore del Cremit, Pier Cesare Rivoltella, spiccano quelle che vedono il coding come un utile elemento di prospettiva in chiave professionale e funzionale a liberare le potenzialità creative dei ragazzi.

Risultano per contro meno evidenti gli effetti percepiti dagli intervistati rispetto al suo valore educativo, sia per sviluppare un’analisi critica della realtà sia per saper produrre (e pensare) al di fuori degli schemi. Sicuramente apprezzabile, a detta di Rivoltella, è comunque la grande maggioranza di docenti che si è dichiarata arricchita sotto l'aspetto didattico dopo aver sperimentato in prima persona il progetto. «Le tecnologie digitali – ha aggiunto - servono a destabilizzare le pratiche consolidate dei docenti e il coding va visto come uno stimolo a pensare con metodo, uno strumento per abituarsi ad avere un modello mentale strutturato». Incoraggiante, in quest’ottica, il fatto che il 34% degli studenti vorrebbe che il coding fosse inserito nelle lezioni di tutti i giorni e che, soprattutto, il 75% degli insegnanti lo considera un mezzo efficace per diversificare le modalità di insegnamento. Certo, come ammette lo stesso Rivoltella, molto dipende dal grado di sensibilità dei dirigenti scolastici (cui è deputata, di fatto, la scelta di aderire o meno a progetti di informatizzazione digitale) e alla buona volontà e competenza dei docenti (non mancano infatti i casi di insegnanti “pionieri” che si ritrovano soli nel portare avanti le iniziative). Le tecnologie da sole, come ha confermato anche il primo rapporto redatto dall'Ocse sulle Digital Skills e reso pubblico a metà settembre, non possono bastare. Pc e tablet in classe, in parole povere, non migliorano al momento il rendimento scolastico degli studenti. Anzi rischiano di essere controproducenti. Ma la strada del digitale è anche l'unica per dare sostanza all'idea di una didattica innovativa. Ne è convinta l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e, forse, se ne stanno rendendo conto anche i docenti italiani che hanno imparato, in questi mesi, a “fare coding” al fianco dei propri alunni.


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