Famiglie e studenti

Una sfida cruciale per rafforzare quel link tra teoria e pratica

di Daniele Checchi

La bozza di circolare attuativa dell’alternanza scuola lavoro esplicita le finalità dell’introduzione di questa attività articolandole secondo due principi: acquisizione di nuove competenze e motivazione allo studio.

L’obiettivo del legislatore è quello di potenziare la capacità di apprendimento permanente degli studenti. L’idea di riavvicinare teoria ed applicazione, progettazione ed esecuzione appare un obiettivo fortemente auspicabile, non solo sul piano pedagogico, ma anche sul terreno più generale del riconoscimento sociale del lavoro.

Come in tutti i processi innovativi, è pressoché impossibile introdurli per legge, ma occorre affidarsi alla capacità di iniziativa delle diverse autonomie scolastiche. Per questa ragione ne è prevista una introduzione graduale, che lo rende obbligatorio il primo anno per le sole classi terze lasciando alle sperimentazioni esistenti (o da avviare) l’attuazione per le classi successive. Appunto perché questa appare come una sperimentazione generalizzata su larga scala, è importante un suo monitoraggio frequente. La bozza di circolare specifica che l’oggetto precipuo del monitoraggio debba essere «l’efficacia e coerenza dei percorsi di alternanza con il proprio indirizzo di studi».

Non si tratta di un compito facile, dal momento che la reale efficacia di questa iniziativa potrà essere verificata solo al momento dell’ingresso definitivo nel mondo del lavoro. Gli studi esistenti sulle transizioni scuola-lavoro segnalano l’importanza dell’accumulo di competenze attraverso le esperienze pregresse: a parità di titolo di studio e di votazioni conseguite, trovano lavoro più facilmente in posti di lavoro più richiesti gli studenti che hanno svolto esperienze di lavoro in precedenza.

Esistono diverse ragioni per cui si dà un effetto “accumulo”, dall’inserimento in reti relazionali nel mercato del lavoro alla formazione delle competenze non curriculari cui si è fatto cenno in precedenza. Per questo motivo, la valutazione dell’efficacia dei percorsi dovrebbe forse concentrarsi meno sulla coerenza, che risulta per altro ardua da definire (e ancor meno da misurare: coerenza tra settore produttivo e indirizzo della scuola? Tra mansioni svolte e programmi scolastici?) e focalizzarsi piuttosto sulle competenze acquisite attraverso l’esperienza dell’alternanza.

Sarebbe importante che il nostro sistema formativo (e la sua principale agenzia di monitoraggio su scala nazionale, l’Invalsi) sviluppassero col tempo degli strumenti idonei al monitoraggio della formazione di queste competenze. A titolo puramente di esempio si può citare il civismo, ovvero la capacità di entrare in relazione rispettosa con altri. È sicuramente un requisito minimo per l’avvio di una esperienza lavorativa che sia efficace. In linea di principio potrebbe essere l’esito educativo del percorso scolastico precedente, ma sappiamo dalle lamentele di molti insegnanti che ormai il sette in condotta non basta più come minaccia per ottenere questo risultato. Ma sappiamo altresì che l’effetto disciplinante del mondo del lavoro ha una efficacia “formativa” (qualcuno sicuramente aggiungerebbe anche “repressiva”) significativa nella formazione della personalità dei giovani.

Si può misurare il progresso formativo su questi terreni? Sicuramente sì, a partire sia dall’osservazione esterna sia dall’autopercezione degli stessi studenti coinvolti. L’importanza di questi monitoraggi diventa essenziale per poter individuare quali percorsi di alternanza siano più o meno efficaci, quali luoghi di lavoro si rivelino più educativi di altri. Ed in questa prospettiva si accresce anche la responsabilità sociale che le imprese più illuminate vorranno assumere nei propri territori.


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