Famiglie e studenti

Più autonomia per vincere la sfida

di Luisa Ribolzi

Quest’anno parte la riforma della Buona scuola ed è lecito chiedersi quali saranno le conseguenze della legge, che ha però lasciato ampio spazio alla decretazione. Entro diciotto mesi, quindi a decorrere dall’anno scolastico 2016/17 (più verosimilmente 2017/18) si dovrà legiferare su nove argomenti fondamentali, articolati in sottopunti, ciascuno dei quali potrebbe costituire da solo materia per una riforma. Purtroppo, la passata esperienza e l’ampiezza della materia fanno temere che la Buona scuola che parte quest’anno sarà solo una pallida anticipazione di quella definitiva.

Il vizio di origine della riforma è quello di aver collegato il miglioramento alla questione “insegnanti”, indebolendo il dibattito sugli aspetti strettamente educativi. Poiché però il percorso di formazione e reclutamento è rimasto centralizzato e burocratico, difficilmente si potranno realizzare alcuni obiettivi già perseguiti in passato, come l’abolizione delle graduatorie, del precariato e delle supplenze. Il meccanismo di attribuzione della sede nelle varie fasi A, B, C, oltre ad essere estremamente complesso prevede un carosello di trasferimenti dal Sud e dalle Isole al Centro-Nord, che sta sollevando forti resistenze: se verrà attuata la possibilità di restare per un anno vicino a casa (ipotesi che per analogia andrebbe estesa ai docenti delle scuole paritarie in graduatoria ) il problema si riproporrà il prossimo anno. Ma non è bloccando la mobilità che si risolve il problema, bensì affrontandolo con le logiche e gli strumenti di regolazione del mercato del lavoro e non di riforma della scuola.

Nell’immaginare gli esiti della riforma, va sottolineato che il primo comma della legge fissa sì degli obiettivi generali (innalzare i livelli di istruzione e le competenze, contrastare le disuguaglianze socio-culturali e territoriali, prevenire e recuperare l’abbandono e la dispersione, realizzare una scuola aperta, garantire il diritto allo studio e le pari opportunità di successo formativo) ma lo fa dando piena attuazione all’autonomia delle istituzioni scolastiche. Il fine principale della riforma è dunque quello di attuare la piena autonomia che poi consentirà di realizzare le cose elencate e finora rimaste inevase e reiterate, in forme diverse, fra gli obiettivi di tutte le proposte di riforma presentate nel dopoguerra. La sottolineatura non è irrilevante: l’autonomia, correttamente intesa, è la riforma che consente le altre riforme, impossibili in un regime centralizzato. La vera domanda è allora se il decreto pone o no le condizioni per realizzare la piena autonomia (didattica, organizzativa, finanziaria): la presenza di una governance responsabile e qualificata, con obiettivi chiari da realizzare; un corpo insegnante reclutato dalle scuole in base al possesso dei requisiti minimi certificati dallo Stato e delle caratteristiche richieste dal progetto educativo; meccanismi indipendenti di valutazione degli apprendimenti, delle strutture, del personale; forte collegamento con il territorio; concorrenzialità fra scuole, dello stato e paritarie, fra di loro e all’interno dei due sistemi.

A quanto è dato vedere, la scelta è stata invece la definizione dal centro di quasi tutto, non solo per quanto riguarda reclutamento e carriera del personale e della dirigenza, ma anche per contenuti e obiettivi. Ne consegue che la valutazione non potrà essere fatta in base agli esiti, ma ancora una volta in base alla conformità alle norme, e dovrà lottare contro le mille resistenze che si stanno già manifestando, per timore delle conseguenze. Si confida che questi pesanti condizionamenti consentano comunque di valorizzare gli spunti positivi, come la parte sull’alternanza e sullo sviluppo del filone tecnico e professionale, il potenziamento della formazione artistica e musicale accanto all’informatica e alle lingue, un inizio del consolidamento della formazione degli adulti. Se si smetterà di fare del folklore sindacale e si permetterà al mondo della scuola di lavorare seriamente e di sviluppare la propria progettualità, si potrà vedere qualcosa già il prossimo anno. Anche se nell’educazione non esistono i tempi brevi, e, per dirla con la saggezza popolare, la gatta frettolosa fa i gattini ciechi.


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