Famiglie e studenti

Alternanza e laboratori per una didattica più moderna

di Eugenio Bruno

scuola italiana continua a inanellare bocciature. Specie quando si trova davanti un “esaminatore” internazionale. L’ultima in ordine di tempo è arrivata lunedì scorso dal rapporto sulla crescita competitiva 2015 del World economic forum che, alla voce istruzione, colloca il nostro paese al 26esimo posto (su 30). In realtà, se ci si sofferma sulla qualità dell’education, il giudizio diventa ancora meno lusinghiero e lo Stivale precipita in 28esima posizione. Una performance - è bene chiarirlo subito - che non tiene conto delle misure contenute nella «Buona scuola» visto che si riferisce al periodo 2012-2014. Ma che senza un’inversione di rotta, filosofica prima ancora che normativa, sembra destinata a ripetersi l’anno prossimo. Di modifiche realmente qualitative, infatti, l’iper-quantitativa legge 107, con i suoi 212 commi, ne contiene veramente poche. Quasi nessuna alla voce “metodologie didattiche”.

Nel rapporto docente-alunno la riforma dell’istruzione di fatto si limita a mantenere lo status quo. Eccetto forse le promesse di una nuova iniezione di digitalizzazione e la personalizzazione dell’offerta formativa, che sarà tale solo dall’anno scolastico 2016/2017 quando ogni preside potrà scegliere non solo gli insegnamenti da potenziare ma anche i docenti che dovranno poi metterle in pratica. In un quadro del genere, gli studenti delle superiori che fino al giugno scorso passavano l’intera giornata nella loro aula, seduti al loro banco, rischiano di fare lo stesso fino al giugno prossimo. Nel nome di quell’approccio esclusivamente frontale all’insegnamento che in Italia rappresenta ancora la regola. Mentre in ampie zone d’Europa, per non parlare degli Stati Uniti, è già diventata l’eccezione.

Finche noi cammineremo e gli altri correranno il gap di conoscenze (e competenze) che i nostri ragazzi hanno accumulato finora resterà tale. Con il pericolo che finisca addirittura per aumentare. A meno che tutte le parti in gioco non decidano di rimboccarsi le maniche e sfruttare le opportunità di rinnovamento che la riforma qui e là comunque introduce. Si pensi all’alternanza scuola-lavoro che diventa obbligatoria per 400 ore negli istituti tecnici e professionali e per 200 nei licei. In quest’ottica la formazione on the job non va vista solo come una prima “infarinatura” con il mondo dell’impresa e delle professioni. Ma anche (e soprattutto) come un’occasione per gli alunni di uscire dalla singola aula e fondersi in “gruppi classe”, sempre più aperti, sempre più tecnologici e sempre più immersi nella realtà che ci circonda. Un altro aiuto in tal senso potrebbe arrivare dal piano laboratori da 45 milioni che il ministero dell’Istruzione ha presentato nei giorni scorsi. E che fa proprio dell’apertura al territorio (università, centri di ricerca, camere di commercio, aziende) la sua parola d’ordine. Ora non resta che raccoglierla.


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