Famiglie e studenti

La scuola è degli studenti, non fatene un Vietnam

di Fabrizio Forquet

C’è una grande occasione che gli insegnanti italiani hanno davanti: dimostrare che per loro il fine della scuola è uno solo, il valore che essa crea per gli studenti. Dopo le polemiche estive sulla riforma voluta dal governo Renzi, infatti, c’è il rischio concreto che in molti, sul fronte più sindacalizzato dei docenti, siano tentati dal trasformare l’anno scolastico che sta iniziando in un vero e proprio Vietnam, tra scioperi e occupazioni degli istituti. Nella misura in cui questo rischio sarà sventato, mantenendo il confronto sugli sviluppi della riforma in una normale e produttiva dialettica, gli insegnanti potranno dimostrare di avere a cuore il futuro dei ragazzi prima ancora che le proprie rivendicazioni sindacali.

Non si parte bene. Non si parte bene perché, malgrado le assunzioni fatte, si sta ripetendo il ricorso a una dose massiccia di supplenti (in misura analoga all’anno scorso); perché, aspettando i “super-presidi”, si fa fatica a trovare dei “presidi”, tanto che circa mille istituti non ne hanno ancora uno; perché la polemica - surreale - sulle “deportazioni” rischia di essere solo un assaggio dello scontro ideologico che si prospetta, con il rischio di arrecare danni gravi all’attività didattica.

La riforma è ormai legge. Dovrebbe essere interesse di tutti fare in modo che possa funzionare al meglio, nella convinzione - certamente condivisa dalla maggioranza degli insegnanti - che la scuola è un servizio pubblico, con al centro gli utenti, cioè gli studenti e le loro famiglie. Trasformarla in un teatro di conflitto permanente rivelerebbe solo miopia e spirito corporativo.

È certamente miope, per esempio, il boicotaggio più o meno esplicito che una parte dei docenti ha iniziato a condurre durante i primi collegi di docenti che sono chiamati a nominare i membri dei comitati di valutazione. Se è vero, come è vero, che la scuola italiana è ricchissima di merito e di qualità, non si capisce perché qualcuno debba avere paura della valutazione, uno strumento diffuso in tutto il mondo, ad ogni ordine e grado, per migliorare il livello complessivo dell’istruzione.

Che segnale si dà in questo modo agli studenti, a coloro cioè che vengono valutati ogni giorno proprio da quegli stessi docenti? Che segnale si dà, a tutti, agli studenti e alle loro famiglie, fissando assemblee sindacali proprio lunedì o martedì prossimo, quando la grande maggioranza delle scuole italiane aprirà i propri cancelli?

La scuola italiana non è questo e non deve essere questo. La scuola italiana sono anche i tanti istituti aperti al territorio nel pomeriggio, sono le équipe di docenti che svolgono un lavoro straordinario nel far discutere, ragionare e argomentare i ragazzi secondo il metodo del “debate”, sono i progetti di alternanza scuola-lavoro dove gli studenti vengono seguiti a stretto contatto con le filiere di impresa locali.

Questa è la scuola che mette al centro gli studenti. Ed è lungo questo tragitto che la riforma, per quanto incompleta e insufficiente come disegno complessivo, può sviluppare i suoi effetti. Partendo proprio da quella alternanza scuola-lavoro che è forse l’innovazione più significativa su cui poter scommettere. Questo deve essere l’anno della messa a regime di un sistema di scambio e di interazione, in ogni territorio, tra le scuole italiane e i silos più complessivi di conoscenze e di esperienze produttive di cui l’Italia è ricca.

Non va perso tempo. La riforma prevede, infatti, che per rendere operativo il nuovo sistema di alternanza si debbano prima mettere a punto la carta dei diritti e dei doveri degli studenti e il registro delle imprese e degli enti interessati (per non parlare delle linee guida necessarie). Anche in questo ambito, quindi, se non ci sarà la piena collaborazione di tutti, il rischio sarà quello di sprecare un anno.

La politica e le rivendicazioni sindacali si sono fatte sentire forte e chiaro in questi mesi. Anche troppo. Ora è tempo di lasciar parlare la scuola. Quella vera. Quella che è fatta per dare un futuro ai nostri ragazzi. Lasciamo lavorare chi dimostra da anni, malgrado le mille difficoltà e le ristrettezze economiche non degne di un Paese avanzato, la capacità di fare buona istruzione, non senza sacrifici personali e familiari. Torniamo alla scuola reale. Torniamo agli studenti.


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