Personale della scuola

Contratti a termine, anche per la Cassazione l’abuso va punito con il risarcimento

di Nicola Da Settimo

La Suprema Corte, con sentenza 1260 del 2015 , da un lato conferma il divieto di costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato con le pubbliche amministrazioni, ma dall'altro apre alla nozione di “danno comunitario”, il cui risarcimento, in conformità con i canoni di adeguatezza, effettività, proporzionalità e dissuasività rispetto al ricorso abusivo alla stipulazione da parte della Pa di contratti a termine, è configurabile come una sorta di sanzione ex lege a carico del datore di lavoro.

Il caso
La Corte era chiamata a stabilire se rappresenta una violazione del diritto comunitario, come interpretato dalla Corte Giustizia Ue, qualificare la tutela avverso l’abuso di contratti a termine illegittimi esclusivamente in termini di risarcimento del danno in senso stretto, come risulta dalla giurisprudenza di legittimità che (vedi: Cass. 13 gennaio 2012, n. 392) pone a carico del lavoratore l'onere di provare il danno effettivamente patito per effetto della illegittima apposizione del termine, così richiedendo un elemento mai preso in esame dalla Corte UE, che invece ha sempre configurato tale danno in modo specifico come “danno-sanzione”.

La Cassazione ha accolto il ricorso, modificando il proprio precedente orientamento, in considerazione della sopravvenuta ordinanza 12 dicembre 2013, Papalia, C-50/13 della Corte UE, secondo cui «l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, che figura in allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999, relativa all'accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, deve essere interpretato nel senso che esso osta ai provvedimenti previsti da una normativa nazionale, quale quella oggetto del procedimento principale, la quale, nell'ipotesi di utilizzo abusivo, da parte di un datore di lavoro pubblico, di una successione di contratti di lavoro a tempo determinato, preveda soltanto il diritto, per il lavoratore interessato, di ottenere il risarcimento del danno che egli reputi di aver sofferto a causa di ciò, restando esclusa qualsiasi trasformazione del rapporto di lavoro a tempo determinato in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, quando il diritto a detto risarcimento è subordinato all'obbligo, gravante su detto lavoratore, di fornire la prova di aver dovuto rinunciare a migliori opportunità di impiego, se detto obbligo ha come effetto di rendere praticamente impossibile o eccessivamente difficile l'esercizio, da parte del citato lavoratore, dei diritti conferiti dall'ordinamento dell'Unione».

Motivazione
Pertanto, non è conforme al principio di effettività l'unica forma di tutela esistente per i lavoratori del settore pubblico assunti con contratto a durata determinata in Italia rappresentata dal risarcimento del danno sofferto, in quanto, secondo l'interpretazione elaborata dalla Corte Suprema di Cassazione, per un lavoratore del settore pubblico sarebbe impossibile fornire le prove richieste dal diritto nazionale al fine di ottenere un siffatto risarcimento del danno, poiché gli si imporrebbe di fornire, segnatamente, la prova della perdita di opportunità di lavoro e quella del conseguente lucro cessante.
La Sentenza trae le conseguenze pratiche da tale principio, statuendo che il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5, nella parte in cui prevede «il lavoratore interessato ha diritto al risarcimento del danno derivante dalla prestazione di lavoro in violazione di disposizioni imperative», deve essere interpretato nel senso che la nozione di danno applicabile nella specie deve essere quella di “danno comunitario.

In altri termini, si deve trattare di un risarcimento conforme ai canoni di adeguatezza, effettività, proporzionalità e dissuasività rispetto al ricorso abusivo alla stipulazione da parte della Pa di contratti a termine, configurabile come una sorta di sanzione ex lege a carico del datore di lavoro - che può provare l'esistenza di eventuali ripercussioni negative evitabili dall'interessato che possono essere escluse - mentre l'interessato deve limitarsi a provare l'illegittima stipulazione di più contratti a termine sulla base di esigenze “falsamente indicate come straordinarie e temporanee” essendo esonerato dalla costituzione in mora del datore di lavoro e dalla prova di un danno effettivamente subito (senza riguardo, quindi, ad eventuale aliunde perceptum).

Per la quantificazione del danno, si dovrà, tra l'altro, tenere conto del numero dei contratti a termine, dell'intervallo di tempo intercorrente tra l'uno e l'altro contratto, della durata dei singoli contratti e della complessiva durata del periodo in cui vi è stata la reiterazione.
La Corte ha precisato, nel corpo della Sentenza, che il caso esaminato si differenzia da quello trattato nella Sentenza Mascolo, emanata lo scorso 26 novembre dalla stessa CGUE, stante la particolare situazione dei precari della scuola, ciò che potrebbe far presumere che non sia ritenuto pacificamente applicabile al settore scuola il mero risarcimento del danno da illecita reiterazione di contratti a termine.


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