Famiglie e studenti

Più collegamento tra scuola e lavoro, così Berlino ha ridotto gli abbandoni

di Claudio Tucci

Il decreto «Buona Scuola» e i provvedimenti attuativi del Jobs act dovranno collegare di più e meglio formazione e mondo delle imprese, e ridare centralità all’istruzione tecnica e professionale. Paesi come la Germania, sono ormai anni che hanno imboccato questa strada, e i numeri gli danno ragione. Berlino, a novembre, ha registrato un tasso di disoccupazione giovanile stabile al 7,4% (in Italia siamo saliti al 43,9 per cento). Tra i tedeschi, poi, gli abbandoni scolastici sono a un fisiologico 9,9%, da noi si supera il 17 % (quasi il doppio).

I ritardi con i tedeschi
E ancora: il numero di apprendisti in Germania sfiora il milione e mezzo di unità, in Italia siamo a quota 470mila, quasi tutti “contratti professionalizzanti” (senza quindi rapporti con scuole o università). E la differenza è pure retributiva: un apprendista tedesco “guadagna” circa 700 euro (una retribuzione che sale con il tempo e sconta l’impegno formativo dell’impresa), mentre nel nostro Paese il costo per l’azienda è più elevato, in media 1.200 euro (in pratica c’è pochissima differenza con una normale busta paga di un lavoratore qualificato).

La ricerca
L’occasione per tornare a discutere di “sistema Germania” è stata la presentazione ieri, all’università Luiss di Roma, davanti al ministro, Giuliano Poletti, e al segretario di Stato del ministero federale dell’educazione tedesco, Georg Schutte, della ricerca «Educare alla cittadinanza, al lavoro e all’innovazione: il modello tedesco e proposte per l’Italia», curata dall’associazione TreeLLLe e dalla Fondazione Rocca.

Le proposte
Un nuovo richiamo ai ministeri dell’Istruzione e del Lavoro italiani: da noi non c’è nessuna diversificazione dell’offerta accademica, e siamo in ritardo sull’istruzione superiore professionalizzante: in Germania ci si iscrivono un milione e 347mila studenti (altri 1,6 milioni scelgono l’università). In Italia invece gli Its (le super scuole di tecnologia post diploma alternative all’università) sono decollati da pochi anni e contano appena 7mila studenti (lo 0,4% del 1.747.000 alunni che frequentano l’istruzione terziaria). Di qui la necessità di un cambio di passo, puntando su un rafforzamento delle normative sull’alternanza scuola-lavoro e l’apprendistato, che va semplificato, reso meno oneroso per le imprese e sviluppato a livello secondario e universitario. C’è necessità poi di introdurre periodi obbligatori (almeno il 20% dell’orario) di formazione “on the job” per tutti i percorsi a carattere tecnico e professionale; gli Its vanno valorizzati, e i docenti formati.

Una caratteristica vincente del modello tedesco è anche la sua capacità di trasferire i risultati della ricerca scientifica al sistema produttivo, favorendo così l’innovazione: in Germania, per esempio, le domande di brevetti (per milioni di abitanti) sono state 272, contro le 63 dell’Italia. E Berlino investe 77,8 miliardi di euro in Ricerca e Sviluppo (contro i nostri 19,8 miliardi).

Gli impegni del Governo
E l’Italia? Il ministro Poletti ha aperto alla possibilità di ulteriori modifiche all’apprendistato: «Ci stiamo ragionando». Mentre nel decreto «Buona Scuola», atteso per fine febbraio, il Miur dovrebbe raddoppiare le ore di alternanza (portandole fino a 200) nelle ultime tre classi degli istituti tecnici e professionali. Inoltre, «puntiamo a rendere strutturale l’apprendistato a scuola previsto dal decreto Carrozza - ha spiegato il sottosegretario, Gabriele Toccafondi -. E sugli Its semplificheremo la rendicontazione, introducendo regole comuni, e le competenze acquisite dai ragazzi saranno certificate nel corso dell’esame finale per renderle subito spendibili sul mercato».


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