Personale della scuola

Ma i nodi da sciogliere sulla «buona scuola» sono ancora tanti

di Eugenio Bruno

La scelta della scuola che le famiglie si apprestano a compiere a partire da oggi sarà l’ultima effettuata al “buio”. Almeno dal punto di vista della qualità dell’istruzione. Dal prossimo anno, infatti, i genitori potranno scegliere dove far studiare i propri figli basandosi non solo sul «piano per l’offerta formativa» già oggi disponibile ma anche sul ben più indicativo (si spera) «rapporto di autovalutazione»: un documento elaborato sulla base di 49 indicatori (dalle caratteristiche del corpo docente agli esiti degli scrutini e delle rilevazioni in italiano e matematica, fino alla capacità di spesa dei finanziamenti, pubblici e privati) che ogni istituto dovrà pubblicare sul web entro luglio 2015. A prevederlo è il piano per la «Buona scuola» che il governo Renzi ha presentato a settembre e che è stato oggetto di una consultazione pubblica via internet nei due mesi successivi.

Un piano che se si eccettua l’avvio del sistema nazionale di valutazione è finora rimasto sulla carta. Tant’è che tutti i principali nodi (assunzioni, scatti, risorse) devono essere sciolti. Decisive saranno le prossime settimane quando i tecnici del ministero dell’Istruzione metteranno a punto il decreto e il disegno di legge da portare in Consiglio dei ministri alla fine di febbraio. Al momento il punto interrogativo più grande riguarda il maxi-piano di stabilizzazioni annunciato per il prossimo anno scolastico. Nonostante il ministro Stefania Giannini continui a indicare in 148mila docenti la platea di insegnanti da assumere non è ancora detto che ci si riesca in pieno. Sia perché il miliardo che la stabilità stanzia nel 2015 (nel 2016 diventeranno 3) per l’intero piano potrebbe non bastare, sia perché la sentenza della Corte Ue del 26 novembre scorso potrebbe costringere il Miur a rivedere il bacino di potenziali interessati rispetto ai soli precari “storici” iscritti nelle graduatorie a esaurimento.

Lo scioglimento del rebus in un senso o nell’altro non è di poco conto anche per la sorte di altre misure annunciate, come il raddoppio delle ore di alternanza scuola-lavoro oppure il via libera al piano laboratori. Concentrare tutti i fondi sulle assunzioni vorrebbe dire rimandare ancora una volta investimenti cruciali per collegare il mondo dell’istruzione con quello delle imprese. Un problema tutt’altro che secondario in un paese con il 43,9% di disoccupazione giovanile.

Più prettamente politico è il terzo intreccio da risolvere: la riforma della retribuzione degli insegnanti. L’idea iniziale dell’esecutivo di eliminare gli aumenti automatici di stipendio, slegati cioè da merito e valutazione, sembra essere stata accantonata. Complici le critiche del sindacato e di una parte del Pd. Negli ultimi giorni è emersa l’ipotesi di arrivare a un sistema misto. Che premi sì i più meritevoli ma che, al tempo stesso, lasci comunque in vita, seppure per una piccola parte, gli incrementi legati agli anni di servizio. Ora tutto sta a decidere quanto piccola sarà questa parte. E non è proprio un dettaglio di poco conto per giudicare l’impatto dell’intera riforma.


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