Famiglie e studenti

Sui test Invalsi pesano ancora le «resistenze» di docenti e alunni

di Francesca Milano

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A dieci anni dall’avvio delle prove sulla valutazione degli apprendimenti restano in piedi alcune problematiche che ne impediscono la diffusione capillare nelle classi.

Le prove Invalsi compiono dieci anni: dieci anni durante i quali si è passati dalla partecipazione volontaria ai test sulla valutazione del sistema istruzione alla obbligatorietà per le scuole di svolgere le prove.
Eppure - stando a quanto riportato nel documento sul “Decennale delle prove Invalsi” - esistono ancora alcune «resistenze culturali minoritarie, eppure rilevanti, che si manifestano sotto differenti forme». La prima e più radicale di queste consiste nell’astensione dalla partecipazione alle rilevazioni «attuata mediante lo sciopero dichiarato da alcune organizzazioni sindacali». Nell’anno scolastico 2013-2014 le classi che non hanno partecipato alle prove sono l’1,8% del totale. Significa, quindi, che su 2.287.745 studenti, 41.179 non hanno svolto le prove Invalsi.

Oltre all’astensione, esiste poi un altro fenomeno diffuso: quello del cheating. Questa forma di «resistenza» si manifesta negli studenti che copiano le risposte o negli insegnanti, attraverso l'aiuto o il suggerimento o addirittura l'intervento ex post sulle schede nelle risposte lasciate in bianco. «Le ragioni del cheating - si spiega nel documento Invalsi - risiedono nel grado di presenza della cultura della valutazione, ma anche nel grado di incertezza rispetto all'utilizzo finale delle informazioni derivate dalle rilevazioni. Se gli studenti o i docenti temono che un risultato non soddisfacente possa danneggiare la personale carriera scolastica o professionale, saranno maggiormente incentivati ad attuare comportamenti che possano migliorare il livello medio dei risultati o anche la singola prova».

C’è anche una terza «forma di resistenza» che riguarda il cosiddetto “teaching to the test”, ossia le forme di addestramento esplicito degli studenti per il superamento delle prove. «Si tratta - è scritto sempre nel documento - di un comportamento sul quale esistono pareri e opinioni discordanti e molto dipende dalle forme concrete attraverso cui viene messo in atto. I più critici sostengono che qualsiasi forma di addestramento allo svolgimento di prove standardizzate distoglie docenti e studenti da altre attività didattiche ugualmente o maggiormente importanti e forma le menti verso l'automatismo dei quesiti a risposta multipla, anziché favorire la creatività e il problem solving». Nel contesto italiano il teaching to the test sembrerebbe avvenire in forme molteplici: ci sono casi in cui gli insegnanti svolgono veri e propri “laboratori“ sui test Invalsi, utilizzando manuali o le passate edizioni delle prove reperibili in rete.


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