Famiglie e studenti

Lo Bello: «La scuola non è un luogo chiuso di studio ma un fattore di crescita del Paese»

di Eugenio Bruno


C'è un passo avanti che il nostro Paese deve compiere se vuole recuperare il gap accumulato negli ultimi anni dai suoi competitor: considerare la scuola «non più come un luogo chiuso di studio ma come un fattore cruciale per la crescita economica e sociale del Paese». A sottolinearlo al Sole 24 Ore è Ivan Lo Bello. In quest'ottica, il vicepresidente per l'Education di Confindustria giudica cruciali iniziative come la XXI Giornata nazionale Orientagiovani, che si terrà venerdì 14 novembre a Reggio Emilia e che avrà come titolo FabbricAzione: la meccanica del sapere.
Il senso dell'appuntamento lo spiega lo stesso Lo Bello: raccontare ai giovani «che cos'è l'industria e che cos'è la manifattura». Spiegando, ad esempio, che la «fabbrica non è più un casermone grigio con una lunghissima catena di montaggio», ma è un luogo in cui si costruisce il futuro. Come dimostra – aggiunge – «la meccanica italiana che occupa un posto di eccellenza nel mondo e ha un livello di innovazione altissima». Per questo è importante parlare anche di come formare le risorse umane che servono a farla funzionare. In un Paese come il nostro dove - è bene ricordarlo - l'alto tasso di abbandono scolastico rimane invariato e la disoccupazione giovanile continua invece ad aumentare.
Da qui a soffermarsi sulla “buona scuola” voluta dal governo e del rafforzamento dell'alternanza scuola-lavoro contenuta al suo interno il passo è breve. «Molto spesso - dice il vicepresidente di Confindustria - l'alternanza è stata vista come un attentato all'autonomia delle scuole ma non è così». Il perché è presto detto: «Accanto ai saperi e alle competenze che il sistema scolastico trasferisce ai ragazzi bisogna mettere il “saper fare” se vogliamo evitare che i nostri giovani arrivino a 25-26 anni senza avere un'idea di che cosa sia un'azienda o un posto di lavoro». Se per anni un discorso del genere era impedito dalle barriere ideologiche che esistevano nel paese oggi invece è possibile farlo. A patto - spiega - «di cominciare a correre per recuperare decenni di ritardo che abbiamo accumulato da Paesi come la Germania».
Sempre a proposito della “buona scuola” e della consultazione pubblica che si chiuderà sabato 15, Lo Bello ricorda il contributo offerto da Confindustria con le 100 proposte presentate un mese fa. Augurandosi che molte di esse «vengano accolte». Specie se «vogliamo e dobbiamo evitare alimentare la polarizzazione già in atto tra chi ha un alto livello di formazione, i cosiddetti high skill, e chi ha un basso livello di istruzione e di competenze, cioè i low skill». A suo giudizio, per la scuola italiana è giunto il momento di fare «il salto di qualità». Che vuol dire aprirsi alla rivoluzione digitale in atto ma non solo. È l'intera didattica infatti che va adeguata alle esigenze del presente. E soprattutto del futuro. Quella «frontale» non va più bene; per lui, serve un nuovo modello di insegnamento che «stimoli il confronto e la crescita» tra i ragazzi.
Ma i nodi con cui il nostro sistema di istruzione deve fare i conti non finiscono qui. Come dimenticare la difficoltà con cui le nostre imprese trovano i profili tecnici di cui hanno bisogno? Sul punto il vicepresidente di Confindustria ha le idee chiare: bisogna investire sull'orientamento. Magari facendo «come in Germania dove le Camere di commercio definiscono periodicamente i profili più richiesti dal mercato». In realtà un meccanismo simile - fa notare - esiste anche da noi ed è il sistema Excelsior di Unioncamere. Si potrebbe ripartire da lì - è il suo consiglio - «se si vuole superare il mismatch tra domande e offerta di lavoro che oggi scontiamo». E magari «si potrebbe andare anche oltre dotando le reti scolastiche di un proprio ufficio di placement come fanno oggi alcune università».


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