Famiglie e studenti

Da Confindustria rimedi condivisibili per risolvere il «problema scuola»

di Giorgio Rembado*

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Una delle caratteristiche non positive del dibattito pubblico sulla scuola è che di solito esso si svolge solo in termini di patologia o di criticità. La scuola “fa notizia” prevalentemente quando si verificano episodi di cronaca sconcertanti o quando si tratta di denunciare il ritardo del nostro sistema di istruzione rispetto a quello dei paesi più avanzati (e non solo). Oppure quando, prendendo lo spunto dalle statistiche in materia di disoccupazione giovanile, si tende a mettere in evidenza la persistente incapacità di formare i giovani allo studio utile, anziché solo al pensiero teorico astratto.
È quindi da salutare con soddisfazione il fatto nuovo che si è verificato in questo inizio di autunno, quando – a poche settimane di distanza l'uno dall'altro – due importanti documenti hanno affrontato il tema del futuro dell'istruzione in Italia in termini di prospettiva e di proposte. Per una volta, si discute di cosa si può fare per migliorare i risultati, anziché deplorare quel che (non) è stato fatto.
Si tratta di due documenti molto diversi fra loro e non solo per la provenienza: uno emana dal Governo e porta con evidenza il sigillo concettuale e comunicativo del presidente del Consiglio. L'altro è frutto di un capillare lavoro di consultazione e di confronto condotto all'interno di Confindustria, in costante ascolto rispetto alle proprie Unioni territoriali.
È stato già rilevato come l'approccio utilizzato nei testi sia diametralmente opposto. Il documento sulla “buona scuola” è tipicamente top-down, cioè ispirato ad una visione tutta politica e centrale della questione. Le 100 proposte per l'Education di Confindustria partono invece dal basso, dai rimedi concreti che sarebbe possibile adottare per intervenire sul funzionamento delle scuole e del sistema di istruzione.
Non c'è nulla di strano e neppure di male in questa diversità: è normale che chi ha la responsabilità politica del sistema tenda a leggerlo in chiave di grandi interventi riformatori, mentre chi ne sperimenta giorno per giorno i limiti operativi abbia in mente soprattutto gli interventi di manutenzione e di intervento dal basso.
Come non essere d'accordo, per esempio, quando nel secondo si sottolinea che il Miur dovrebbe finalmente assumere le funzioni di «indirizzo, controllo e valutazione» che da tempo (almeno 15 anni) la legge gli assegna? E come non notare il valore simbolico dell'aver collocato questa richiesta al primo posto fra le cento formulate?
Analoga concretezza si riscontra nel punto successivo, quando si chiede di riconoscere alle scuole la possibilità di scegliersi gli insegnanti fra quelli abilitati, avendo come unico riferimento i bisogni formativi dei propri allievi e non un organico calato dall'alto. O quando si chiede di responsabilizzare gli organi di governo scolastici affinché rispondano dei risultati raggiunti.
Tutto il documento degli industriali è ispirato a un analogo pragmatismo, anche se – come è comprensibile – riserva un'attenzione (e una preoccupazione) particolare alle questioni dell'istruzione per il lavoro, a tutti i livelli. E gli va dato atto che il tema è affrontato in una prospettiva ampia, che va dall'insegnamento di parte delle discipline in lingua straniera fin dalla primaria ad una diversa modalità di orientamento nella scuola media (prevedendo un monte ore dedicato, che illustri non solo i percorsi disponibili, ma i relativi sbocchi lavorativi); e prosegue con l'insistenza sul tema dell'alternanza scuola-lavoro nell'istruzione secondaria superiore, con la riforma degli Istituti tecnici superiori e così via.
Al confronto, il documento sulla “buona scuola” appare molto più generale e politico, con una qualità “visionaria” che è certo necessaria in chi si propone di ri-orientare un sistema rimasto troppo a lungo privo di prospettive di sviluppo a lungo termine; ma che, a tratti, sembra rasentare l'irrealismo.
Non manca nel documento governativo anche qualche indicazione più puntuale: per esempio, quella (criticata da alcuni proprio per il suo livello di dettaglio) relativa alla carriera dei docenti. Di essa, più che la ricetta specifica, sulla quale si possono avere opinioni diverse, è importante rilevare che per la prima volta viene accantonato il tabù secondo cui nella scuola non sia possibile concepire altri strumenti di progressione economica se non quelli fondati sull'anzianità. O, ancora, il riconoscimento, tardivo ma doveroso, che non tutti gli insegnanti contribuiscono in pari misura al successo del progetto comune.
Ciò premesso, le analisi generali non dicono tutta la verità. Chi di scuola si è occupato, per mestiere e per vocazione, da molti anni, non può fare a meno di rilevare un dato significativo. Molte delle proposte di Confindustria e molti dei propositi espressi dal Governo sono condivisibili: ma in realtà non si può dire che si tratti di idee del tutto nuove. Gran parte di esse è già stata avanzata, in un momento o nell'altro degli ultimi trent'anni di dibattiti: se mai, il fatto nuovo è che, su un fronte e sull'altro, si è fatto uno sforzo di “messa in coerenza” generale di molti elementi particolari. Per la prima volta, cioè, è dato di vedere un progetto complessivo, al di là delle singole prospettazioni.
Si pone, se mai, un problema di adeguatezza dei mezzi immaginati rispetto ai fini dichiarati e questo vale in misura maggiore per il documento sulla buona scuola. Siamo proprio sicuri che l'immissione in ruolo di 150.000 precari sia il mezzo migliore per dare alla buona scuola tutti gli insegnanti di cui ha bisogno? Se così fosse, si sarebbe dovuti partire dall'identificazione di quei bisogni per determinare il contingente necessario a farvi fronte. E - parlando di adeguatezza – come non osservare che i bisogni formativi reali, quelli sul campo, non sono conosciuti né conoscibili dal centro, ma solo da parte delle singole scuole? Sarebbe quindi stato opportuno porre quel contingente come tetto massimo a disposizione delle scuole, affinché ciascuna vi attingesse autonomamente secondo i propri bisogni.
Ad ogni modo, sarebbe riduttivo esercitarsi a individuare nei due documenti incoerenze interne o criticità, che esistono e sono anche abbastanza evidenti. La loro rilevanza consiste nell'impegno, che entrambi esprimono, a farsi carico del “problema scuola” nel suo complesso. Ciò che è importante e urgente, oggi, è che si smetta di discutere e di dividersi su quel che potrebbe essere “migliore” e ci si adoperi tutti per passare dalle parole ai fatti, mettendo il decisore politico ed i suoi partner sociali alla prova dei risultati. I dettagli si possono sempre migliorare: ma quel che conta è che si accantonino le questioni teoriche e di principio per lavorare alle misure concrete.
La scuola italiana ha già perso molto tempo e smarrito molte energie nella ricerca della soluzione perfetta, dimenticando via via per strada le soluzioni possibili. Un'inversione di rotta è dovuta e necessaria. Quanto prima, tanto meglio.
*Presidente dell’Associazione nazionale presidi


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