Famiglie e studenti

S’impara meglio all’antica? Una ricerca inglese boccia gli eccessi nella sperimentazione

di Nicola Barone


In fondo non è un de profundis definitivo sulla sperimentazione di nuovi metodi, al netto di alcuni eccessi decisamente bizzarri. Ma l'approccio tradizionale, in fatto di insegnamento, sembra aver (e di molto) la meglio sulla ricerca di alternative non sufficientemente comprovate, evidenze alla mano. Nel Regno Unito il dibattito aperto da un'analisi del Sutton Trust, in collaborazione con l'Università di Durham, appassiona gli addetti ai lavori e le famiglie, anche per quel che riguarda l'aspetto connesso dell'efficacia dei sistemi di valutazione dei professori. Al punto che le pagine del Guardian hanno rilanciato ai lettori la domanda delle domande: «Che cosa fa grande un insegnamento?».

Le cattive abitudini in voga
Una conclusione cui sono giunti gli esperti è che gli istituti dovrebbero compiere maggiori sforzi per comprendere ciò che rende un tipo di insegnamento valido, mantenendo le pratiche screditate fuori dalle aule. Al contrario lo studio suggerisce che alcuni insegnanti non smettono metodi che hanno dimostrato poco o nessun miglioramento nel percorso degli studenti e invece si basano su prove «aneddotiche» per seguire tecniche alla moda. Come il cosiddetto “apprendimento per scoperta”, dove gli alunni hanno lo scopo di trovare da soli le idee chiave per se stessi, o altre ancora grazie a cui i bambini vengono divisi in gruppi secondo la capacità di apprendere meglio attraverso la vista, il suono o il movimento. Stili più tradizionali che ricompensano lo sforzo, utilizzano il tempo in classe opportunamente e insistono su norme chiare per gestire il comportamento degli alunni hanno invece maggiori probabilità di riuscita nello scopo, secondo i ricercatori.

I punti destinati a rimanere oscuri
Come effettivamente s'impari rimane in ogni caso una questione misteriosa, ai limiti dell'impossibile, il che comporta per gli specialisti stessi massima cautela nel fissare una modalità standard. Il professor Robert Coe dell'Università di Durham, uno degli autori dello studio, spiega al Guardian che valutare l'efficacia dell'insegnamento è risultato un compito non agevole proprio perché sfugge quasi del tutto la comprensione delle modalità con cui gli studenti apprendono. «È incredibilmente difficile per chiunque ponga l'attenzione su un insegnante stabilire l'efficacia con gli studenti stanno imparando. Noi tutti pensiamo di potercela fare, ma le evidenze dimostrano che non possiamo. Chiunque voglia giudicare la qualità dell'insegnamento deve essere molto prudente», dice Coe. Delle cose però sono però chiare: ad esempio i controeffetti della divisione in gruppi di abilità che possono spingere gli insegnanti ad andare troppo veloce con quelli «ad alta capacità» e troppo lento con la rimanente parte, e questo annulla i vantaggi di adattare le lezioni ai diversi gruppi di alunni.


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