Famiglie e studenti

La scommessa della metodologia Clil. E i ritardi italiani

di Flavia Foradini

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Fin dalla «Strategia di Lisbona» dell’anno 2000, l’Unione Europea ha dato grande rilievo al ruolo dell’istruzione e dello studio delle lingue comunitarie. Un’impostazione che ha visto importanti tappe negli anni successivi, con il multilinguismo in posizione chiave negli sforzi chiesti ai Paesi membri (formula one+two, cioè lingua madre L1 più due lingue straniere L2 e L3). Nel 2008, uno studio di Eurostat appurava in questo senso, che «la maggior parte dei Paesi in cui l’insegnamento dell’inglese era imposto nella scuola dell’obbligo nell’a.s. 2006/7, aveva già adottato questa misura dal 1982/3». Per l’Italia, si certificava «un’enfasi relativamente esigua sull’insegnamento delle lingue straniere, rispetto ad altri stati».

L’accento sull’apprendimento delle lingue straniere
Poiché l’implementazione auspicata entro il 2010 tardava a realizzarsi in diversi Paesi, la Risoluzione del Consiglio del 21 novembre 2008 ribadiva nuovamente la necessità che i cittadini europei imparassero «almeno due lingue straniere sin dall’infanzia» ed esortava a «rivolgere un’attenzione particolare alla formazione degli insegnanti di lingua e al rafforzamento delle competenze linguistiche degli insegnanti in generale, alfine di incoraggiare lo sviluppo dell'insegnamento di discipline non linguistiche in una lingua straniera», è a dire: «praticare il CLIL».

La metodologia CLIL
Ma cosa intendevano i legislatori europei con l’acronimo CLIL? Nient’altro che l’apprendimento integrato di contenuti non linguistici, veicolati in una lingua straniera, così da acquisire lessico specifico e flessibilità su un buon numero di temi anche in una lingua straniera. L’intento Ue era basato su una conoscenza sufficiente da parte degli studenti, della lingua veicolare, e in molti casi si voleva incoraggiare in primis eguale sviluppo nella lingua madre e in una lingua delle minoranze del Paese: gaelico per il Regno Unito, fiammingo per i belgi francofoni, variante locale del tedesco per il Lussemburgo etc., con insegnanti e studenti, esposti fin dall’infanzia ad entrambi gli idiomi e dunque perfettamente in grado di praticare il CLIL.

Nel primo decennio degli anni 2000, tutti i Paesi nordici e baltici, oltre a diversi altri stati erano tuttavia già oltre i traguardi previsti, visto che almeno il 50% dei loro allievi imparava «due o più lingue straniere». Non così in Italia, dove dopo un fuoco d’artificio lanciato per l’adozione di due lingue straniere obbligatorie alle medie, la scure dei tagli ha riportato la situazione indietro di vent’anni.

Il gap italiano (da recuperare)
Il rapporto della Commissione Europea del giugno 2012 sull’implementazione delle linee strategiche messe a punto dall’inizio del nuovo millennio, fotografava una situazione a macchia di leopoardo sulle competenze generale dei cittadini: mentre i Paesi del centro e Nord Europa usano normalmente una o più lingue straniere per informarsi alla radio, vedere film, leggere giornali o lavorare (con percentuali fin oltre l’80% della popolazione), Paesi come l’Italia dichiarano al 62% di non padroneggiare alcuna lingua straniera, e il 32% dei nostri connazionali sostiene di non avere mai provato a studiare davvero una lingua. Il tutto sullo sfondo di un curioso 82%, convinto che parlare almeno una lingua straniera dovrebbe essere ovvio per tutti gli europei.


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