Famiglie e studenti

Scuola italiana senza merito, penalizzata da norme e pregiudizi

di Patrizio Piccioni

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L’appello lanciato dal Presidente Renzi rischia di cadere nel vuoto: troppi i nodi che mortificano la mentalità meritocratica

Signor Presidente del Consiglio, ma quale merito?
Lei ha parlato recentemente ancora una volta di riportare il “merito” nella scuola. L’appello è rivolto a tutte le componenti, sopratutto docenti e studenti.
Purtroppo una pluridecennale iperattività e incoerenza nel formulare norme per la scuola, unita ad una infinità di interpretazioni delle medesime in nome di una spesso malintesa autonomia, hanno lasciato sedimentare usi, abitudini didattiche, perfino tic che non aiutano affatto a far risplendere il faro del “Merito”.
Signor Presidente, questo è un elenco di alcune delle cose che “non aiutano”, elenco stilato così, seguendo disordinatamente collegamenti di idee e informazioni ottenute tramite molti canali (ne parlo in fondo).

Titoli di studio dei docenti
Cominciamo con esempi pratici. Il titolo di accesso ad una cattedra, mettiamo la laurea per un docente di superiori, non dà punteggio, ovviamente. Una seconda laurea conseguita concede meno punti di un anno di anzianità. Ovvero, il docente che si affaccia alle graduatorie anche solo un anno dopo, perché ha perseguito l' obiettivo di uno studio più profondo, viene immediatamente penalizzato.
Anche i titoli che si possono conseguire durante la carriera (per esempio un corso di aggiornamento che duri molte ore, un nuovo titolo universitario, una certificazione nelle lingue o nel computer) ricevono pochissimo credito quanto a punteggio; al contrario, di fronte a nuove necessità didattiche il sistema scolastico ormai da decenni, per formare nuovi profili, trova l' escamotage di organizzare “corsettini”, ”certificazioncine” ad hoc che , con poche ore di esposizione, con nessuna attenzione al sapere specifico richiesto, magari con l' ingombrante presenza della “didattica della materia” (valido contributo ma inutile se non c' è conoscenza disciplinare) consegnano ai docenti il viatico per insegnare nuove discipline, con umiliazione di coloro che hanno un titolo “vero” nello stesso ambito.

Prove Invalsi. Da anni abbiamo capito che le prove Invalsi, con dati anonimi degli studenti e con la chiara specificazione della classe e istituto di estensione, servono a valutare il sistema scolastico, segnatamente i docenti di Lettere e Matematica. Chiunque può osservare esiti buoni o cattivi, e attribuire la responsabilità dei risultati a quel particolare docente. Vi è un profondo vizio logico in tutto questo: il docente mettiamo di una seconda liceo, anche ammesso che abbia lavorato nella stessa classe l' anno precedente, lavora su un vissuto scolastico che eccede di molti anni la sua opera. I suoi risultati dipendono in gran parte dal lavoro di altri: pertanto merito o demerito dei risultati non saranno soltanto suoi. Ben altra validità avrebbe una valutazione basata sul delta di conoscenze e competenze misurato con prove di inizio anno scolastico confrontate con prove di fine anno scolastico, o al massimo biennio.

Attribuzione progetti, incarichi e figure strumentali
Fatto salvo un doveroso margine di discrezionalità dei dirigenti, che hanno il sacrosanto diritto ad avere per collaboratori persone con cui si stabilisca fiducia ed empatia, occorre riconoscere che spesso gli istituti scolastici (forse più la secondaria inferiore che la superiore) si comportano come famiglie private: il docente che abbia occupato quel certo profilo (progetto, incarico, figura strumentale o di sistema), difficilmente potrà esserne allontanato perché (per esempio) si trasferisca nell' istituto un docente con competenze maggiori.
Non esiste una vera anagrafe delle competenze dei docenti (titoli, esperienze etc.) che metta a confronto vecchi e nuovi arrivati: accade spesso che la persona con molti titoli ma in ambiente scolastico nuovo, debba attendere a lungo una propria valorizzazione.
Una scarsa cultura del merito si verifica anche nella valutazione degli studenti. Vediamo alcuni casi.

Sistema di valutazione crediti negli istituti superiori.
I docenti talvolta sognano che i crediti da attribuire nel triennio delle cosiddette superiori, ai fini di calcolare il voto di maturità, siano un max di10 all' anno. Così la media dei voti di ogni anno scolastico potrebbe essere tradotta così com' è in credito. Ma dopo un bel sogno c'è sempre un brutto risveglio: il docente si trova in mano una di quelle tabelle con la corrispondenza tra la media dell' anno e gli 8/9 punti (non 10, perchè il totale è 25 e non 30) che possono essere attribuiti. La tabella va per fasce. Per fare un esempio semplice , due studenti uno col 7,01 e l' altro col 7,99 potranno finire nella stessa fascia di credito. Inutile dire che tale metodo appiattisce e allontana dal “Merito”.
Si aggiunga la farragine del “credito scolastico e formativo”. Si parte da un principio giusto: lo studente che abbia svolto una attività di progetto proposta dall' istituto di appartenenza o anche esterna, avrà diritto ad un punto di credito di maturità in più. Ma spesso la cosa è gestita male: intanto lo studente che abbia fatto una “comparsata” da qualche assessore, e quello che si è preso carico di un corso di lingue di 70 ore hanno diritto allo stesso “punticino”; inoltre talvolta, il suddetto premio viene concesso solo a chi si trova nella parte bassa della fascia di credito. Come a dire: tu che hai, diciamo, circa mezzo punto in meno di media, hai diritto ad un “aiutino”, l' altro che il mezzo punto se l'è conquistato con lo studio, NO!
Passiamo poi alle modalità con cui si attribuiscono in sede di scrutinio i voti: forse non tutti sanno che il sei può essere “nero” (ottenuto con le proprie forze), o “rosso”, cioè votato dal consiglio di classe con tutti i “tenuto conto che....” del caso. Qui l' apppiattimento agisce ferocemente. Talvolta diventano sei “rossi” anche “quattro” o addirittura “tre”. Lo studente che ha raggiunto da solo l' obbiettivo pur modesto della sufficienza, si chiederà concretamente “perché lo ho fatto?”
Un esempio di appiattimento si trova anche in una prova di maturità, la cosiddetta Terza Prova. Consiste in un numero esiguo di quesiti a risposta chiusa e uno ancora più esiguo a risposta aperta (“max 5 o 8 righe, mi raccomando!!”). Lo studente, per affrontare tale “martirio”, ha “solo“ due ore. Nel frattempo, secondo gli usi vigenti alle università, avrà già sostenuto o starà per sostenere una prova di ingresso alla facoltà universitaria che consiste in una mitragliata di 100 quesiti in sessanta minuti o giù di lì. Addirittura in taluni istituti vige l' usanza che una terza prova consegnata in bianco o totalmente sbagliata conceda tre punti, che vanno interi ad arricchire il voto di maturità!!!
IL discorso si allarga : una semplice conoscenza delle regole della semantica ci porta a pensare che se esiste il “Merito” deve esistere anche il “demerito”. Guai!!!Vae!! Il termine è stato cassato da ogni discussione, da ogni verbale. Non appena il rendimento di uno studente cala al di sotto di un certo livello, scatta, come terzini che provocano un contropiede, il ricorso a due categorie: psicologi e avvocati, i primi a cercare nel vissuto dello studente giustificazioni al calo, i secondi a spulciare nei registri cercando qualche virgola fuori posto per annullare le valutazioni con forza di sentenza.

Fermiamoci un attimo. Esistono casi in cui i ragazzi hanno veramente bisogno di una mano a risolvere problemi personali, esistono casi in cui i ragazzi subiscono veramente soprusi degni di essere discussi in un tribunale. Solo che da noi l' utilizzo di queste due categorie è da decenni eccessivo, talvolta ossessivo, e questo non aiuta a segnalare il “demerito” e indirettamente il “merito”. Basta chiedere ad un docente in vena di sincerità quante volte è stato tentato di “portare” i suoi studenti agli scrutini esclusivamente con voti lusinghieri, al fine di non dover nemmeno temere di finire sotto i riflettori di un iter giudiziario o sotto il fuoco di critiche di uno psicologo.
Molte norme sono dedicate al disagio scolastico; anche ciò è buono e giusto, sebbene la quasi estinzione dei fondi per corsi di recupero o docenze a richiesta ne faccia oggi praticamente lettera morta (anzi, signor Presidente, qualche briciola di bilancio da dedicare non sarebbe male....), ma quasi nulla si dice dell' eccellenza. Eppure sarebbe un tasto ovvio su cui premere proprio per risollevare la prassi del merito.

Signor Presidente, di cose ce ne sarebbero tante altre, ma in sintesi, credo di aver sottolineato quanto segue: una scuola meritocratica prevede una mentalità meritocratica, che negli ultimi decenni è stata mortificata da norme, consuetudini, pregiudizi che in parte ho descritto.
Essendo questo il mio primo articolo (spero non l' ultimo data la vis polemica....), è mio dovere precisare che i dati da me riportati sono frutto di una intensa osservazione di molte realtà scolastiche, tramite testimonianze familiari , di colleghi e amici, la lettura di giornali e saggi, la frequentazione assidua di social network, l' esperienza intensa di padre.
Personalmente lavoro in un liceo dove svolgo una attività multiforme, prova evidente che le mie competenze sono messe in luce e incentivate, ed esempio tra i tanti possibili di come nella scuola vi sia ancora voglia di promuovere innovazione, di accogliere e incoraggiare la voglia di lavorare di docenti e studenti. Cioè il MERITO.
@patriziopietro


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