Famiglie e studenti

Un progetto di riforma che restituisce alla scuola un respiro culturale

di Luisa Ribolzi


Del documento «L'education per la crescita» mi colpisce, a una prima lettura, l'ampio respiro. Si propone un percorso organico, basato su quattro punti (organizzazione, valutazione, merito, innovazione) in cui il collegamento fra scuola e lavoro rappresenta un riferimento comprensibilmente dominante, ma non esclusivo, e prevale quel senso di corporate responsibility, di alleanza fra sapere, crescita economica, benessere ed equità che portò nel 1995 Giancarlo Lombardi, responsabile scuola di Confindustria, a diventare ministro della Pubblica istruzione. Siamo di fronte, si nota nell'introduzione, a un modello di scuola nato dai bisogni di una società che non c'è più, e serve uno sforzo di costruzione di una scuola che superi la «logora staticità» per valorizzare il protagonismo della persona, potenziando la qualità e non la quantità. Prevalgono una logica più universalistica e una sottolineatura del ruolo culturale che sono decisamente più sfumate nel documento del governo.
Molti, troppi provvedimenti nel recente passato, e nell'immediato presente, sembrano considerare la scuola e l'università prevalentemente, se non esclusivamente, come il luogo in cui, secondo un'affermazione di Barbagli che risale a 40 anni fa, si riconvertono in insegnanti i laureati in eccesso. Nel suo intervento il ministro Giannini ha fortemente sottolineato che nessuna politica innovativa, di riqualificazione e perfino di valorizzazione del merito è possibile se manca una stabilità del corpo docente: e nessuno sottovaluta il diritto dei laureati che aspirano a diventare insegnanti a chiedere allo Stato chiare condizioni di lavoro, ma mi pare altrettanto importante il diritto degli studenti ad avere insegnanti adeguatamente formati, valutati quanto alle loro effettive capacità e non assunti per il solo fatto di esistere e di essere in coda.
L'impostazione innovativa del documento di Confindustria emerge anche dalla sottolineatura dell'autonomia, vista dalle imprese come punto centrale di un effettivo rinnovamento, mentre la “buona scuola” ripropone nei fatti, se non a parole, uno spiccato centralismo. Ancora, nella “buona scuola” non si accenna neppure al ruolo pubblico del settore paritario, che va incontro a crescenti penalizzazioni proprio in un momento in cui il resto del mondo va in direzione opposta. L'importanza della cultura tecnica e scientifica (e dei corrispondenti indirizzi scolastici e post-scolastici) è presente quasi solo nel documento di Confindustria, mentre non può essere trascurata dalle politiche generali, così come i tempi troppo lunghi per l'ingresso nel mercato del lavoro.
Entrando nel merito delle cento proposte (fatidico numero cui si arriva forse un po' affannosamente) vorrei rilevare, tra le molte lodi, qualche limite cui si potrebbe ovviare in una prossima revisione del documento. Per prima cosa, lo spazio destinato all'università è troppo ridotto rispetto alla scuola (meno del 20% delle proposte), anche se si insiste sull'istruzione superiore non universitaria, al cui sviluppo e successo le imprese hanno molto collaborato. In secondo luogo, nel proporre i numerosi spunti innovativi relativi agli insegnanti e ai dirigenti, comuni sulla carta anche al programma governativo (il rifiuto degli automatismi, il riconoscimento del merito, la specializzazione della formazione iniziale e in servizio, la possibilità di distacchi anche per esperienze in azienda) si sarebbe forse potuto essere più incisivi sui meccanismi di reclutamento e sulle modalità di riconoscimento del merito, oltre che sulla trasformazione delle carriere.
Un quaderno dei sogni o un progetto realistico? È la stessa domanda che ci si è posti per la “buona scuola”, dato che – diciamoci la verità – gran parte sia delle proposte di Confindustria che del governo sono la rielaborazione di cose molte volte dette e mai veramente realizzate. Se la “buona scuola” – nonostante alcune apparenze – dà poche, pochissime indicazioni operative, sarei più ottimista per le proposte dell'education per la crescita, che si basano sulle buone pratiche già attuate e diffuse, e cercano di costruire dal basso e con la collaborazione di tutta la società un miglioramento, che non è, non può e non deve essere un monopolio statale perché, come ha detto Attilio Oliva, nessun tipo di monopolio fa bene alla qualità del sistema.


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