Famiglie e studenti

Le 100 «mosse» di Confindustria per cambiare l’istruzione

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci


Per leggere le prime proposte del governo rivolte agli studenti bisogna superare la metà delle 136 pagine del volume «La Buona Scuola». Dove si trova un rafforzamento del piano formativo, soprattutto per le lingue straniere, e un maggiore collegamento tra scuola e lavoro. È un segnale emblematico di come anche l'esecutivo in carica - allo stesso modo dei suoi predecessori - consideri l'istruzione innanzitutto un problema di “welfare” scolastico. Al punto da porre in cima al progetto di riforma la stabilizzazione di oltre 148mila insegnanti precari. Parte da qui Confindustria per immaginare invece un cambio di prospettiva che aiuti a considerare l'istruzione soprattutto una questione culturale e organizzativa. Per incentivarlo, l'associazione delle imprese avanza le sue 100 proposte, che saranno presentate oggi alla Luiss nel corso della «Prima giornata dell'Education» e che si articolano in quattro grandi capitoli: valutazione, merito, autonomia e competenze.

Le differenze con la «buona scuola»
E se le parole chiave sono le stesse dell'esecutivo le ricette proposte vanno spesso in direzione opposta. Ad esempio quando si propone di innovare la didattica riducendo le materie e puntando sulle «competenze trasversali». Mentre nelle linee guida non si va oltre il rafforzamento della pratica musicale e dello sport alla scuola primaria e il ripristino della storia dell'arte nel primo biennio di tutti i licei. La stessa distanza si trova sulle lingue. Con l'organizzazione di viale dell'Astronomia che chiede di diffondere l'insegnamento in lingua straniera delle discipline curriculari alle “ex elementari” fino all'università e il ministero dell'Istruzione che preferisce invece concentrarsi sull'estensione a tutto il primo ciclo della metodologia «Clil» (insegnamento in lingua straniera di una materia non linguistica).
Passando agli altri capitoli d'intervento il quadro non muta. Confindustria chiede che nella scuola italiana si diffonda finalmente una cultura del merito e della valutazione, rilanciando il ruolo dell'Invalsi e, in riferimento all'università, dell'Anvur. Mentre in tutta Europa già si valutano scuole e docenti, da noi siamo ancora fermi al palo. E anche la direttiva ministeriale che dà attuazione al Dpr 80 del 2013 sul sistema nazionale di valutazione delinea un processo dalla partenza lenta. Quando servirebbe invece una decisa accelerazione.

Placement e orientamento
Un'altra necessità del nostro sistema formativo - sottolineano le aziende - è quello di potenziare i servizi di placement e di orientamento. Senza dimenticare il tema dei temi: il collegamento con il mondo del lavoro. Scuola e atenei continuano infatti a formare profili poco in linea con le reali esigenze delle aziende. E qui le imprese possono dare un contributo importante: per questo bisogna favorire la loro presenza negli Its (le super scuole di tecnologia post diploma) e incentivare le esperienze di alternanza e di Erasmus nelle imprese. Proseguendo sulla strada del decreto Carrozza che ha introdotto l'apprendistato per gli studenti negli ultimi due anni delle superiori.
Uno strumento su cui Enel ha di recente deciso di scommettere, come spiega la presidente Patrizia Grieco: «Il decreto Carrozza rappresenta un primo significativo passo in avanti di cui Enel ha voluto subito “approfittare” per investire nei giovani che frequentano gli ultimi due anni degli istituti tecnici e che, grazie a questo programma, acquisiranno una professionalità essenziale per il business dell'azienda». Sottolineando come «il valore aggiunto più importante per l'azienda risieda nell'innovazione di idee, di stimoli, di processi che solo le giovani generazioni (e più in generale la diversità sia essa di genere, di razza o di età) possono apportare nella vita di un azienda. Dobbiamo avere il coraggio - aggiunge – di tornare a scommettere sui giovani, sulle loro intelligenze, sulla loro capacità di rischiare e di vedere un futuro migliore. Solo così potremo tornare ad essere veramente competitivi».

Alternanza obbligatoria
Confindustria guarda con favore all'annuncio del governo di stabilizzare le risorse e rendere obbligatorie le esperienze di apprendimento on the job negli ultimi tre anni degli istituti tecnici e professionali per almeno 200 ore. Ma auspica che, al tempo stesso, si potenzino pure i laboratori. Sulle sinergie tra istruzione e imprese si sofferma anche Stefano Paleari. Il presidente della Conferenza dei rettori parte da due numeri: «Negli ultimi cinque anni l'Italia ha perso il 25% di produzione industriale e il 10% dei laureati. E un Paese non può crescere se spegne i suoi motori». Da qui la sua richiesta all'esecutivo di «riaccenderli in simultanea» attraverso manovre radicali come la creazione di «una no taxation window per chi porta la produzione industriale in Italia e di uno stop all'ondata di tagli che ha colpito il mondo dell'istruzione». Fermo restando - conclude - che la carta migliore da giocare è un continuo collegamento tra i due mondi. Senza che «nessuno sia il follower dell'altro» e con una «co-leadership che accompagni un cambiamento rapido».

Più autonomia
Per fare questo - è la tesi contenuta nelle 100 proposte - bisogna anche evitare l'iper centralismo del Miur, dando effettiva autonomia a scuole e università. Autonomia - chiosa Giorgio Rembado - che è «ferma ai blocchi di partenza». Per il numero uno dell'Associazione nazionale presidi le «cose da fare» in questa direzione sono parecchie: «Dal cambiamento della governance degli istituti al passaggio delle competenze in materia di organizzazione e gestione direttamente alle scuole. Che sono, lo voglio ricordare, degli enti autonomi. E in quanto tali – conclude – dovrebbero avere una serie di compiti propri, a cominciare dall'assunzione del personale».


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