Famiglie e studenti

Italia sorda alle raccomandazioni Ue sull’istruzione

di Attilio Oliva*


Secondo i Trattati Ue, la scuola non è mai stata tema di interesse comunitario: gli Stati membri hanno sempre custodito la propria sovranità nazionale in merito. Tuttavia l'Unione elabora le cosiddette Raccomandazioni che non hanno valore vincolante, ma sicuramente orientano i decisori nazionali. Quel che osserviamo è che, mentre un gruppo di Paesi (del Centro e Nord Europa, in prevalenza, ma anche dell'Est) ha ormai adottato politiche comuni e innovative, altri - fra cui il nostro - continuano a differenziarsi per la resistenza a rinnovare i modelli ereditati. Gli ambiti di queste differenze sono: la governance di sistema e dei singoli istituti scolastici, il cosa e il come si insegna, l'integrazione fra scuola e lavoro e le politiche relative al pluralismo dell'offerta.
Per quanto riguarda la governance di sistema, in Europa sono generalmente centralizzati gli obiettivi di apprendimento, gli ordinamenti, l'allocazione delle risorse e la valutazione dei risultati, mentre sono per lo più decentrate la distribuzione dei servizi sul territorio e la gestione delle singole scuole (assunzioni, organizzazione, metodologie didattiche). L'Italia si distingue, insieme alla Francia, per l'elevato livello di centralizzazione di tutte queste funzioni; all'opposto sono Olanda, Regno Unito e Finlandia, dove le scuole godono di grande autonomia; in mezzo, Spagna e Germania, dove prevalgono modelli differenziati di governo regionale.
La vera discriminante è però l'esistenza in quasi tutti i Paesi di sistemi nazionali di valutazione dei risultati di apprendimento e di efficacia delle scuole. In Italia, fino a ieri, il funzionamento della scuola era una sorta di “scatola nera”, impossibile da valutare su basi documentali. Qualcosa comincia però a muoversi con l'avvio del Sistema nazionale di valutazione delle scuole e dei dirigenti.
Cosa si insegna in Europa? Prevale nella scuola dell'obbligo la tendenza a rinunciare all'enciclopedismo delle conoscenze e a privilegiare le “competenze chiave” raccomandate dalla Ue: parlare e scrivere nella madrelingua; in una lingua straniera; competenze matematiche, scientifiche e tecnologiche; competenze digitali; imparare a imparare; competenze sociali e civiche; spirito di iniziativa e di imprenditorialità. In Italia, siamo ancora a curricoli teorici, molto estesi e senza alcuna opzionalità per gli studenti, né indicazioni di standard minimi di risultati da raggiungere.
Come si insegna? Una delle raccomandazioni forti della Ue riguarda il passaggio dalla tradizionale didattica “trasmissiva” a una “interattiva”, che sappia suscitare curiosità ed emozioni negli studenti (ricerche per progetti, lavori di gruppo, imparare facendo). Questo richiede anche una “rottura” del gruppo classe e della didattica frontale. Il recente piano del Governo per l'edilizia scolastica potrebbe aprire nuove occasioni per nuove scuole.
Altra insistente raccomandazione dell'Ue riguarda l'integrazione fra scuola e lavoro. La tendenza europea vede un sostanziale equilibrio di iscritti agli studi secondari generali (licei e simili) e a quelli vocazionali (scuole professionali), con una certa prevalenza per questi ultimi (fra il 55 ed il 60%). C'è poi una larga offerta di percorsi di “formazione tecnica superiore” (post-secondaria), sia universitaria che non universitaria. Da noi, nel settore secondario, sussiste l'ambigua coesistenza fra istituti tecnici, troppo orientati allo studio teorico, e quelli professionali poco connessi alle imprese. Nel loro insieme, le percentuali sono simili a quelle europee, ma da noi prevale ancora l'attenzione al sapere, a scapito del saper fare. E inoltre l'offerta di istruzione tecnica superiore è appena embrionale. Così, scuola e impresa si sono perse per strada, con danno per entrambi.
Per ultimo il tema del pluralismo dell'offerta formativa. In molti Paesi europei le scuole non statali, ma finanziate con risorse pubbliche (dal 10 al 30%), sono in crescita. Anche in questo caso, l'Italia va controcorrente: riconosce alle scuole non statali “paritarie” (il 5% del totale, ma in continuo regresso) di svolgere un ruolo pubblico, ma non assegna loro risorse (se non marginali). I costi gravano quindi quasi totalmente sulle famiglie: così le paritarie tendono a sparire e si va verso il monopolio di scuole gestite solo dallo Stato. E, come tutti i monopoli, non gioverebbe certamente alla qualità e al futuro della scuola italiana.
*Presidente Associazione TreeLLLe


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