Famiglie e studenti

La scuola deve imparare a orientare gli studenti

di Ermanno Rondi*


Una società in rapido cambiamento, da solida a liquida, usando la metafora di Bauman, non può non coinvolgere nella sua trasformazione la scuola: vera officina di futuro. L'attuale ordinamento che trae origine dalla riforma Gentile ha al centro il docente. Una figura che interpreta il modello tayloristico dell'epoca in cui la lezione frontale, uno a molti, trasferisce saperi in modo monodirezionale.
Il nostro sistema formativo deve affrontare una rivoluzione copernicana passando dall'attuale modello tolemaico, docente al centro, a un modello copernicano in cui il centro è lo studente. Una didattica collaborativa in cui l'insegnante diventa un coacher, un team leader, in grado di coordinare, indirizzare e formare gruppi di allievi che imparano a ricercare, dibattere, confrontarsi e formarsi idee e conoscenza.
Per rispondere alle sfide del cambiamento sarà necessario il superamento delle discipline fondamentali. Al sistema delle imprese, alle professioni e anche alle attività umanistiche e artistiche servono competenze fondamentali che si appoggino certamente a discipline, ma che non ne siano fagocitate, le nozioni conoscitive devono essere completate da una fase esperienziale affinché il sapere si trasformi in saper fare anche con l'alternanza scuola/lavoro.
Sarà di conseguenza fondamentale che il sistema scolastico gestisca in maniera adeguata la grande questione dell'orientamento. Orientare significa conoscere le caratteristiche degli allievi, avere coscienza dello scenario socio/economico con il supporto di dati di impiegabilità anche prospettica, analizzare i trend emergenti, prevedere le esigenze a medio essendo il percorso scolastico di una durata media che supera i 10 anni, e solo a questo punto consigliare ed indirizzare con conoscenza di causa e a fronte di una sintesi oggettiva. Tutto questo oggi non esiste, le scelte sono fatte per passaparola, conoscenze spesso superficiali, non di rado descrivendo le qualità di una scuola e quasi mai dell'occupazione a cui si tende: da questa anomalia nasce la forte discrepanza tra offerta e domanda di lavoro.
Nel dibattito per ridurre di 1 anno il percorso formativo che porta al diploma si è intervenuti sperimentalmente sul ciclo di 5 anni delle secondarie, mentre sarebbe più efficace ridurre da 3 a 2 gli anni delle secondarie inferiori, le scuole medie. È in questo ciclo di 2 anni che si potrebbe inserire il compito strategico dell'orientamento, dando ruolo e stimolo a un corpo docenti oggi depresso e a un percorso formativo amorfo che necessita comunque di interventi.
Nulla di tutto questo è possibile senza misurare per poi poter confrontare e migliorare. Quindi valutazioni e merito devono diventare paradigmi necessari per il successo del processo di cambiamento.
L'orientamento non è solo formativo – a cui può ben rispondere il biennio delle secondarie inferiori – ma è pure professionale e quindi occorre che siano coinvolte anche le scuole secondarie superiori passando per la messa a punto di un nuovo modello di governance che preveda autonomia e responsabilità supportata dalla conoscenza delle esigenze di competenza espresse dal mondo del lavoro, sviluppando e adattando i percorsi di studi alle esigenze espresse, certificando il risultato raggiunto e raccordando la scuola al mondo del lavoro con attività di placement. Attività e risultati trasparenti, conosciuti dalla società che li utilizzerà per le scelte formative che, ricordiamolo, sono un mezzo per raggiungere il mondo del lavoro e non un fine.
Ma non dimentichiamo l'importanza di riformare l'università. Per favorire l'occupazione dei giovani occorre associare alla laurea triennale un'esperienza professionale o un master per evitare che l'offerta universitaria si riveli soltanto un “parcheggio”.
Il sistema delle imprese si è interrogato su tutti questi temi e si assume la responsabilità di avanzare una proposta organica e complessiva di trasformazione del sistema formativo del nostro Paese per ridurre il tasso di abbandono grazie al maggior coinvolgimento degli studenti, aumentare l'attrattività delle scuole tecniche e ridurre così il differenziale tra domanda ed offerta di lavoro, crescere il livello di competenze e di conseguenza l'attrattività per le imprese aumentando così il tasso di occupabilità, rendere più efficace il percorso scolastico per formare gli high skills richiesti dal mondo economico e sociale.
Domani sarà presentato a Roma da Confindustria un progetto per la Nuova Scuola il cui obiettivo è alimentare un dibattito costruttivo affinché la società liquida non sia un generatore di timori e rimpianti, ma sfrutti lo spirito creativo che ci contraddistingue per costruire attraverso la scuola il nostro futuro.
*Responsabile education Club dei 15 di Confindustria


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