Famiglie e studenti

Lotta alla dispersione scolastica, più di trenta gli enti non profit attivi sul territorio

di Paola Springhetti

Da Torino a Palermo, i progetti di recupero messi in campo dalle associazioni coinvolgono scuole e famiglie

Secondo il recente rapporto Ocse «Education at a Glance», è dal 2010 che il numero di giovani tra i 15 e i 19 anni iscritti nelle nostre scuole cala, lentamente ma costantemente. Nel 2012 solo l'86% dei 17enni erano iscritti nel sistema scolastico, una delle percentuali più basse tra i Paesi Ocse. E i dati relativi all'anno appena iniziato, attesi nel prossimo mese di ottobre, non potranno segnare un'inversione di tendenza. Si stima, infatti, che due o tre ragazzi su dieci non torneranno a scuola. Settecentomila di questi hanno meno di
16 anni: alcuni finiranno in strada a imparare espedienti, altri andranno a ingrossare le già corpose file dei Neet, cioè dei giovani che non studiano e non lavorano. Insomma, il problema appare sempre di più come un'emergenza sociale e non a caso il Terzo settore vi dedica crescente attenzione.

In base alle rilevazioni del Censis, negli ultimi cinque anni risulta disperso il 28% degli studenti (la media dei 28 Paesi Ue è sotto il 13%) e in 15 anni la scuola statale avrebbe perso 2,8 milioni di giovani. Di questi solo 700mila hanno proseguito gli studi nella formazione professionale, oppure hanno trovato lavoro. La dispersione scolastica riguarda soprattutto alcuni ceti: è marginale tra i figli dei laureati, ma cresce tra i figli dei diplomati (quasi 8%) e soprattutto tra chi ha i genitori che hanno frequentato solo la scuola dell'obbligo (un terzo). Riguarda soprattutto alcune regioni (la maglia nera va alla Sicilia) e alcuni quartieri (quelli più "difficili").
A che cosa è dovuto l'alto tasso di dispersione scolastica? Solo in parte alla crisi, più probabilmente a una sempre più diffusa svalorizzazione dell'istruzione. «Per molti istruzione vuol dire lavoro, e non si dà valore alla cultura come crescita personale e acquisizione di strumenti per comprendere il mondo», spiega Alessandro Volpi, referente del programma Italia di Intervita, l'Ong che ha creato la rete Frequenza200, cui aderiscono una trentina di cooperative e associazioni che lavorano con gli insegnanti, i giovani e le loro famiglie. La rete si è data l'obiettivo di riportare sui banchi 5.000 studenti a rischio entro il 2016. Il programma è partito nel 2012 in tre città: Milano, Napoli e Palermo, dove sono stati coinvolti 2500 ragazzi e le relative famiglie, 800 insegnanti, 600 mamme e 100 operatori informali tra bar, commercianti, edicolanti, centri anziani.

Nel 2014 il progetto si è allargato a Torino, Roma, alla provincia di Bari ed ora sta partendo in Sardegna. «Per la prima volta non lavoreremo nei centri urbani», spiega Volpi, «Il fenomeno della dispersione scolastica ha più impatto nelle città, ma lì ci sono anche reti e potenziali risposte. In luoghi più dispersi - come la Barbagia - è meno visibile ma altrettanto grave: basta un fallimento per interrompere il percorso».
Il lavoro di svolge lungo tre assi. Il primo è quello delle scuole, con il centro diurno aperto cinque pomeriggi a settimana, sportelli per insegnanti (che sono sottoposti ad un logorio enorme) o laboratori trasversali per intervenire sia sul ragazzo potenzialmente disperso sia sul gruppo classe, che spesso mette in campo dinamiche di esclusione.
Il secondo è quello del coinvolgimento del territorio: l'idea è quella di una comunità che sente il servizio educativo come proprio e quindi se ne fa carico. Il terzo riguarda le famiglie, in particolare le donne. «È la mamma che in genere gestisce il rapporto con la scuola.
Rafforzarne le competenze allora diventa fondamentale. A Palermo, ad esempio, c'è stato un laboratorio per la scolarizzazione delle donne.
Oppure creiamo occasioni perché prendano l'abitudine di fare i compiti insieme ai figli».
Generalmente la dispersione scolastica dipende dalla relazione tra ambiente scolastico e ragazzo. Per migliorare questa relazione «dovrebbero esserci sempre più sinergie tra scuola e Terzo settore. È importante perché, in territori difficili, recuperare i ragazzi alla scuola può innescare percorsi di riscatto sociale».


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