Famiglie e studenti

Ocse/3 Alla base del ritardo italiano il distacco tra il mondo dell'istruzione e del lavoro

di Francesco Avvisati*

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Nel panorama di dati sulla scuola e l'università pubblicato oggi dall'Ocse, risalta ancora una volta la difficoltà dei giovani italiani a trovare un lavoro. La novità fotografata dai dati dell'Ocse è che la difficoltà dei giovani influenza, a monte, le scelte dei ragazzi e delle loro famiglie, rischiando di compromettere gli investimenti nell'istruzione. Con le sempre maggiori difficoltà incontrate nella ricerca di un lavoro, la motivazione dei giovani italiani nei confronti dell'istruzione è infatti diminuita.
I tassi d'iscrizione all'università in Italia hanno segnato una fase di ristagno o sono diminuiti negli anni più recenti. D'altra parte, il numero di studenti che abbandonano precocemente gli studi ha smesso di diminuire dopo il 2010. Nel 2012, quasi un giovane su tre (32%) dai 20 ai 24 anni di età non lavorava e non era iscritto a nessun corso di studi (in aumento di 10 punti percentuali rispetto al 2008). In confronto, nel 2012 nei Paesi Bassi solo il 7% dei giovani 20-24enni non studiava e non lavorava, e in Austria e Germania solo l'11 per cento. Nello stesso anno, circa uno su sette (14%) tra i 17enni aveva già abbandonato la scuola (la media Ocse per il 2012 è del 10%).
Tutto lascia pensare che l'università e la scuola non siano viste dai ragazzi e dalle loro famiglie come un aiuto per migliorare la loro posizione sul mercato del lavoro, ma come parte del problema.
La distanza tra il mondo dell'istruzione e il sistema produttivo non è nuova. Gli effetti nefasti di questa situazione però sono stati accentuati dalla crisi. Né tutte le colpe sono da imputare alla scuola e all'università. Basti riflettere sul fatto che in Italia, solo un adulto su quattro (tra i 25 e i 64 anni) ha seguito nel 2012 una formazione per migliorare le proprie competenze – nei paesi nordici e nei Paesi Bassi, sono circa due adulti su tre. A riprova del fatto che il dialogo tra formazione e lavoro è balbettante, dai due lati.
Come si esce da questa situazione? Il sistema di istruzione, in particolare la formazione professionale nelle scuole, nel post-secondario e anche nelle università, devono essere al centro di una strategia per creare e valorizzare le competenze di cui l'economia ha bisogno. Occorre avvicinare scuole e università al mondo del lavoro, non perché lo chiede l'Ocse, ma perché lo pensano i ragazzi e le famiglie che non trovano, nel sistema attuale, la speranza di un futuro migliore.
Una scuola buona è una scuola che si preoccupa del destino di tutte le ragazze e ragazzi. Occorre misurare quindi gli esiti formativi e lavorativi. Bisogna altresì sviluppare l'offerta di formazioni professionalizzanti nel post-secondario – con gli istituti tecnici superiori, per esempio – o nelle università, per favorire un orientamento positivo, e evitare cul de sac formativi. E infine, lavorare con le imprese e i distretti per creare percorsi di formazione iniziale e di aggiornamento professionale all'interno del sistema di istruzione spendibili sul mercato del lavoro, e che favoriscano la mobilità dei lavoratori.
*Ricercatore Ocse, autore della nota sull'Italia


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