Famiglie e studenti

Alternanza scuola-lavoro, piano del governo in 10 mosse

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

Passano gli anni, ma la separazione tra scuola e lavoro resta. In Italia studia e fa pratica in azienda meno del 4% degli under 29. In Germania si sale al 22,1%, e la media europea è del 12,9 per cento. Dopo gli ennesimi richiami di Bruxelles e la doccia fredda dell'Istat che ha certificato a luglio un tasso di disoccupazione giovanile record al 42,9%, il governo ha deciso di accelerare e nelle linee guida sulla scuola – che erano attese nel Consiglio dei ministri di venerdì scorso e che dovrebbero arrivare dopodomani – è prevista una decina di misure per ridurre la distanza tra istruzione e mondo delle imprese. Una necessità dimostrata anche dagli ultimi dati di Unioncamere: le aziende faticano a trovare ben 61mila profili, specialmente tecnici). Per quale motivo? Perché le competenze possedute non sono in linea con ciò che serve ai datori di lavoro.

Il progetto del governo
Il modello di riferimento è il sistema duale tedesco di alternanza. Già Elsa Fornero aveva firmato i primi accordi con la Germania, mentre Maria Chiara Carrozza aveva lanciato lo scorso anno un programma sperimentale di apprendistato per studenti di quarta e quinta superiore (la cui completa attuazione è stata curata dal sottosegretario Gabriele Toccafondi). L'attuale esecutivo partirà da qui, rafforzando questa sperimentazione con protocolli ad hoc per coinvolgere le imprese. Anche quelle piccole e medie.
Si punta a rendere obbligatoria l'alternanza scuola-lavoro (oggi è realizzata da circa 228mila studenti, meno del 9% del totale dei ragazzi delle superiori). L'esperienza in azienda dovrà essere fatta senza più scorciatoie negli ultimi tre anni dei tecnici, prevedendo un monte ore dei percorsi di almeno 200 ore l'anno (raddoppiando così le 100 attuali). Nel piano del Miur c'è anche il potenziamento dei laboratori di tutte le scuole superiori, coinvolgendo i privati. Si apre, poi, a uno "school bonus", agevolazione fiscale per incoraggiare gli investimenti nella scuola, e a una serie di incentivi aggiuntivi per chi crea occupazione giovanile. Al Sud si cercherà di disseminare esperienze di scuola-bottega (per rilanciare artigianato e mestieri d'arte) e ci sarà un rafforzamento sui territori dei poli tecnico-professionali e degli Its (le super-scuole di tecnologia post diploma di durata biennale). Si punterà anche sull'estensione dell'impresa didattica, aprendo alla possibilità, che oggi vale solo per gli istituti agrari, di poter commercializzare i prodotti della didattica.

I casi aziendali
Il piano disegnato dai vertici del Miur e da Matteo Renzi è piuttosto ambizioso. Ma anche oneroso. Il raddoppio delle ore di alternanza ha un costo stimato di circa 70 milioni; e anche gli incentivi fiscali agli investimenti privati hanno un fabbisogno di almeno 200 milioni. La strada, però, sembra quella giusta.
Intanto anche le aziende si stanno muovendo. La prima grande impresa a sperimentare l'apprendistato a scuola sarà Enel. Si partirà a giorni in alcuni istituti tecnici vicini alle aziende (Torino "Avogadro", Mestre "Pacinotti", Piacenza "Marconi", Firenze "Meucci", Civitavecchia "Marconi", Napoli "Gadda-Fermi", Brindisi "Giorgi"). I ragazzi «verranno da subito assunti in azienda con un contratto di apprendistato di alta formazione che viene attivato in concomitanza con l'inizio del quarto anno dell'istituto tecnico industriale - spiega Francesca di Carlo, responsabile risorse umane e organizzazione di Enel -. Al termine del quinto anno, con la conclusione del percorso scolastico e il conseguimento del diploma tecnico e tenuto conto della valutazione di merito del percorso effettuato in azienda, è prevista una seconda fase di apprendistato professionalizzante della durata di un anno». L'impegno lavorativo durante l'anno scolastico sarà concentrato in un giorno alla settimana, e sarà invece a tempo pieno durante le vacanze estive. Verranno svolte in azienda 800 ore per ciascun anno.
L'idea di un potenziamento dell'alternanza scuola-lavoro nei tecnici piace a Federmeccanica: «È la strada giusta - afferma il vicepresidente, Federico Visentin -, visto che oggi più che mai le nostre imprese per uscire dalla crisi hanno bisogno di puntare su innovazione e produzioni complesse e quindi hanno bisogno di elevata professionalità». È necessario intervenire sulla preparazione degli studenti: «Per questo - conclude Visentin - un numero di ore congruo da utilizzare per apprendere in fabbrica è fondamentale».


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