Pianeta atenei

Le università che puntano sul sostenibile

di Alberto Magnani

C'è chi ha visto in Platone il "testimonial" della green economy. Anzi, della green education, come alcuni ribattezzano la formazione che mette economia, architettura e hi-tech nel solco della sostenibilità. Fatto sta che 2.500 anni più tardi, tra tablet e lezioni online, l'università vira sempre più sul verde. Qualche numero? Il rapporto Greenitaly 2013, curato in tandem da Fondazione Symbola e Unioncamere, riassume in cifre un trend nato prima della crisi e esploso con una richiesta sempre più elevata di "green jobs": ingegneri, manager antisprechi, designer con vocazione all'eco-compatibilità...

La lista è lunga. Sui 1.911 corsi di impronta green registrati in Italia, il 25,8% rientra nell'offerta degli atenei e il 12,5% tra le opportunità di formazione post laurea. I filoni più attrattivi, sempre secondo il report, si alternano a seconda della "agenda ambientale" tracciata in Italia e in Europa. Gli esempi sfilano su curricula e offerte formative di atenei nazionali e stranieri: dal corso di laurea in Architettura ambientale del Politecnico di Milano, all'indirizzo in Ingegneria energetica attivo anche a Padova, Sapienza di Roma e Alma Mater di Bologna, al master in Enviromental Economics di una punta di diamante come la London School of Economics.

Non che l'etichetta di "green", comunque, sia ovvia come sembra. Soprattutto all'università, tra corsi rimasticati da tagli, fusioni di dipartimenti e "approcci multidisciplinari", tutti fattori che rischiano di cambiare più l'etcihetta che non l'offerta didattica.
C'è un significato preciso, al di là alle definizioni di ordinanza? Di certo, sul confine tra "educazione verde" di sostanza e di facciata si giocano formazione e sbocchi professionali di chi si immatricola. Andrea Gilardoni, professore in Bocconi al dipartimento di Analisi delle Politiche e Management pubblico, invita a fare qualche distinguo. Sia tra le origini dei corsi green, sia tra le attitudini reali che si manifestano (o non si manifestano) tra studenti e ricercatori.

Gilardoni è perplesso su indirizzi che poco o nulla hanno a che spartire con le esigenze reali di ambiente, società e mercato: «Può succedere che siano i docenti ad avviare corsi su temi di loro interesse, senza badare troppo alla richiesta effettiva del mercato e agli sbocchi per gli studenti – spiega –. Ma può anche succedere che i corsi nascano e si sviluppino in base a offerte e domande reali. Se poi l'ateneo ha la capacità di vedere con lungimiranza e flessibilità, riesce a seguire i cambiamenti o anche ad anticiparli: oggi, ad esempio, bisogna spostare l'attenzione dall'energia pulita all'efficienza energetica. In questa dinamica bisogna sempre mettere bene a fuoco i percorsi formativi utili all'azienda.
E tutto ciò l'università spesso non lo fa nel modo dovuto. Ma anche le aziende non sempre riescono a descrivere con chiarezza le loro esigenze".

Gli studenti come reagiscono? «Io insegno da anni in tre corsi che toccano le tematiche ambientali (energia, rifiuti e idrico) – prosegue Gilardoni –. Credo che ci sia una vasta maggioranza di giovani studenti, diciamo l'80%, che ha un approccio equilibrato alla materia: il problema c'è, interessa, va affrontato bilanciando i dati oggettivi e senza fanatismi. Poi c'è una minoranza, ridotta, che è entusiasta dell'ideologia della green technology. E, infine, una percentuale di "agnostici"».
Alessandro Balducci, prorettore del Politecnico di Milano, intravede un nesso "necessario" tra interesse per il green e le nuove frontiere della ricerca: «La mia sensazione è che nel Politecnico, per la sua tradizione applicativa e ingegneristica, non sono mai state rincorse mode – spiega –.

Se prendiamo a esempio i dipartimenti di energia o chimica o tecnologia dell'architettura. il crescente interesse per tecnologie di risparmio energetico e rispetto per l'ambiente è legato a uno sviluppo di aree di interesse. La frontiera della ricerca è su climate change e salvaguardia delle risorse. E in questa direzione va anche il Politecnico».
Il Politecnico, in partnership con la Statale, è passato dalle parole ai fatti trasformando una porzione di Città Studi di Milano in un "campus sostenibile" che mette a frutto nella pianta urbana gli impulsi di studenti, ricercatori e cittadini: «Siamo partiti nel 2011 – spiega Balducci –. Occupandoci di sostenibilità da tutti i punti di vista, ci siamo chiesti perché non applicare le nostre capacità al quartiere».

Ma la scelta verde delle università non è solo attribuibile alle maggiori chance professionali. Ma è un scommessa che punta sulla sostenibilità come volano di innovazione. Lo spiega il presidente della Fondazione Symbola Ermete Realacci: «Quando si parla di green economy non ci si riferisce a un settore specifico, ma a un nuovo modo di guardare all'economia. L'indagine registra come oltre il 20% delle imprese italiane abbia fatto investimenti sull'ambiente». Ma una formazione eco-compatibile si traduce in occupazione? «Le imprese che hanno fatto questo genere di investimenti sono quelle che producono più posti di lavoro – evidenzia Realacci –. Oltre il 60% degli assunti nel settore ricerca e sviluppo ha una formazione green».


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