Formazione in azienda

Istruzione e lavoro, l’80% dei diplomati Its trova un’occupazione

di Claudio Tucci

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Il Regno unito non è un paese manifatturiero. Eppure possiede, da tempo, un canale formativo professionalizzante, alternativo all’università, che conta più di 272mila iscritti. In Spagna l’analogo settore terziario non accademico è frequentato da 400mila ragazzi. In Francia - che con Emmanuel Macron ha deciso di puntare dritto sul rilancio dell’industria - si sale a 529mila iscritti. Per non parlare della Germania, culla del sistema di istruzione duale, che specializza fuori dalle sole aule degli atenei quasi 770mila ragazzi.

E l’Italia? «Nonostante siamo la seconda potenza manifatturiera in Europa, la settima economia mondiale e tra i principali esportatori del pianeta - evidenzia il vice presidente di Confindustria per il Capitale umano, Giovanni Brugnoli - restiamo all’ultimo posto potendo annoverare i soli 8/9mila studenti iscritti agli Its, gli Istituti tecnici superiori. E se a ciò aggiungiamo che, secondo le nostre stime, i principali settori della manifattura avranno bisogno, nei prossimi cinque anni, di 272mila periti e super esperti nelle discipline Stem ci accorgiamo che il tema è serio, e non può essere ancora rimandato».

Il paradosso è che lo strumento esiste: sono proprio gli Its, forti del loro stretto legame con il mondo del lavoro (il 30% della formazione è “on the job” e il 50% dei docenti proviene dal tessuto produttivo). I risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’82% dei neodiplomati è occupato; in quasi la metà dei casi (46,8%, per l’esattezza) con contratto a tempo indeterminato, e il 90,2% degli impieghi è coerente con il percorso di studio e lavoro svolto dal ragazzo. Ragioni solide, che raccolgono, adesso, il supporto di Confindustria. Un primo risultato è stato già raggiunto. A dicembre, in legge di Bilancio, gli Its hanno ottenuto un finanziamento aggiuntivo triennale di 65 milioni, legato a Industria 4.0 e coinvolgendo il Mise (accanto a Miur e Regioni).

Il secondo obiettivo, da realizzare ora , è un intervento complessivo di rilancio degli Istituti tecnici superiori: «Lunedì 11 giugno nella sede di Confindustria Venezia a Marghera presenteremo le nostre proposte, approfondite in questi mesi ascoltando Fondazioni Its e imprese - spiega Brugnoli -. Chiederemo al nuovo ministro dell’Istruzione Marco Bussetti un cambiamento vero affinché i due canali, accademico e professionalizzante, abbiano pari dignità e risorse proporzionate, così come accade in Svizzera con le Sup (Scuole universitarie professionali, ndr). In tutta Europa è così. Vogliamo che lo sia anche in Italia».

Oggi l’università, che ha 1,6 milioni di iscritti, è finanziata dallo Stato con ben 7 miliardi l’anno; gli Its con poche decine di milioni (di cui la gran parte messe dai territori, e non dal Miur). «C’è bisogno, subito, di potenziare l’orientamento verso gli Its tra famiglie e docenti - sottolinea Brugnoli -. Dai masterchef dobbiamo passare ai mastertech, facendo riscoprire, ai ragazzi, l’orgoglio di una formazione specialistica e tecnica d’assoluta avanguardia».

Ciò si realizza con il riconoscimento della “piena dignità” al canale Its, distinto dagli atenei; e garantendo finanziamenti stabili, una programmazione anticipata, e regole semplici su rendicontazione e governance. Non basta. «Dobbiamo puntare su vere e proprie Academy Its - chiosa Brugnoli - rinsaldando il legame con territori e aziende. In questo modo gli Istituti tecnici superiori potranno acquisire maggiore reputation, affermandosi per quello che davvero sono:cioè il canale di alta formazione duale italiano».


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