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I millennials e gli stranieri: il valore prevale sulla paura

di Francesca Barbieri

Il desiderio più grande dei giovani? Lasciarsi alle spalle una crisi economica che li ha schiacciati in difesa e ne ha bloccato i progetti di vita, per essere messi finalmente nelle condizioni di diventare parte attiva di un processo di cambiamento e di sviluppo del Paese che guardi con ottimismo al futuro.

L’aspirazione di “rivolgere” in positivo i cambiamenti, che emerge in maniera netta dal «Rapporto giovani» 2018, l’indagine promossa dall’Istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con l’Università Cattolica, riguarda anche l’immigrazione. «Esiste una preoccupazione per la possibile concorrenza sul lavoro soprattutto per chi ha titolo di studio basso – spiega Alessandro Rosina, ordinario di demografia e statistica sociale e tra i curatori del Rapporto Giovani - ma prevale la consapevolezza che nel complesso l’immigrazione, se ben governata, aiuta in prospettiva il paese a crescere. Quando si chiede in modo esplicito di esprimersi verso la componente regolare, solo circa uno su tre mantiene una posizione negativa».

Restringendo l’obiettivo proprio sui migranti regolari, il 58% dei giovani intervistati dal Toniolo (il campione è di 9mila persone tra i 18 e i 34 anni) ritiene che gli stranieri contribuiscano a migliorare la vita culturale dell’Italia e circa la metà (48,8%) è convinto che aiutino a rendere il nostro paese un posto migliore dove vivere.

«I Millennials italiani – sottolinea Rita Bichi, ordinario di sociologia alla Cattolica e tra i curatori del Rapporto - rispetto al passato dimostrano una maggiore apertura, anche se rimangono i sintomi della percezione della presenza degli immigrati come fonte di problemi economici e in grado di peggiorare il livello di sicurezza del paese». Se consideriamo infatti l’atteggiamento dei giovani nei confronti degli immigrati in generale (compresi gli irregolari), il 57,6% si dichiara abbastanza o molto d’accordo sulla capacità degli extracomunitari di aumentare l’insicurezza, percentuale ben più alta rispetto al 33,8% riferita ai soli immigrati regolari (si veda l’infografica sottostante).

«I giovani – prosegue Bichi - sono la fascia di popolazione che paga di più lo scotto della crisi economica iniziata del 2007 e, ancora oggi, ne subisce le conseguenze con tassi di disoccupazione molto elevati. Da questo punto di vista sono i più preoccupati della possibile incidenza della presenza straniera sul mercato del lavoro. Ma il loro atteggiamento è ambivalente: se da un lato prevale la diffidenza, il timore, la chiusura, dall’altro risalta la diversità intesa come valore». Più del 60% dei Millennials pensa che in condizioni di scarsità di lavoro, si dovrebbe dare la precedenza agli italiani rispetto agli immigrati, ma c’è quasi un 15% degli intervistati che sostiene invece di non essere per nulla d’accordo con questa affermazione e il 23% dichiara di essere poco d’accordo.

«I giovani sono la fascia di popolazione con la più ampia possibilità di muoversi e viaggiare di sempre – spiega Bichi - e hanno già fatto esperienza della convivenza quotidiana con gli stranieri. Hanno dunque una maggiore familiarità con chi arriva da altri paesi, che si traduce in una maggiore facilità nelle relazioni».

Più in generale, le nuove generazioni vorrebbero uscire dalla condizione di difesa rispetto a un presente che non funziona e passare in attacco rispetto al nuovo. «Vorrebbero essere riconosciuti non per quello che manca e che il passato non può più garantire - conclude Rosina - , ma attraverso quello che possono essere e dare al paese per costruire un futuro migliore, coerente con proprie sensibilità, valori e progetti».

Secondo Rosina ci sono però tre limiti da superare: «Il primo è la maggiore esposizione al rischio di distrazione e demotivazione rispetto alle generazioni precedenti. Se non vengono incoraggiati, inseriti in contesti formativi e di lavoro stimolanti rischiano di perdersi e abbandonare. Il secondo limite è il fatto che i giovani italiani rimangono immaturi più a lungo, intrappolati nella condizione iperprotetta di figli anziché misurarsi presto con gli impegni e le responsabilità dell’età adulta. Il terzo è lo schiacciamento sul presente, non tanto per mancanza di progetti, quando per carenza di strumenti adeguati che consentano di orientare positivamente le proprie scelte davanti al mondo che cambia».


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