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Censis

di G.Pog.

C’è una “mina” che rischia di esplodere, rappresentata da 5,7 milioni di precari, Neet, “working poor”, confinati in attività non qualificate, a rischio povertà da qui al 2050. Una miscela di fattori - il ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, la discontinuità contributiva, le basse retribuzioni - proietta uno scenario a tinte fosche sul futuro previdenziale e la tenuta sociale del Paese, secondo il rapporto «Millennials, lavoro povero e pensioni: quale futuro?» presentato ieri da Censis e Confcooperative .

«C’è una bomba sociale che va disinnescata. Lavoro e povertà - ha detto Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative - sono due emergenze sulle quali chiediamo al futuro governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri». C’è una evidente discriminazione tra generazioni. Il confronto fra la pensione di un padre e quella prevedibile del proprio figlio che ha iniziato a lavorare da qualche anno, evidenzia una forte penalizzazione per quest’ultimo anche nel rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione che si dovrebbe fermare al 69,7%, quasi quindici punti percentuali in meno del genitore. Ma il quadro è ancora peggiore per i circa 3 milioni di Neet (che non lavorano, non studiano e non partecipano a corsi di formazione) e i 2,7 milioni di lavoratori poveri o impegnati in “lavori gabbia”, che pongono anche il tema della sostenibilità a lungo termine dei nostri sistemi di welfare.


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