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Nell’Eurozona due milioni di posti vacanti: i settori più a corto di lavoratori qualificati

di Riccardo Sorrentino

Per la Francia è un problema nuovo. Piuttosto fastidioso. Proprio adesso che la disoccupazione inizia a calare e il Paese spera che siano mantenute le promesse della riforma del mercato del lavoro voluta dal presidente Emmanuel Macron si presenta una difficoltà inattesa: mancano i lavoratori “giusti”. Per un numero sempre crescente di aziende la domanda di lavoro non riesce a essere soddisfatta. Tutti i settori sembrano essere interessati, ma secondo un’analisi di Julien Marcilly, capo economista di Coface, automotive, trasporti e costruzioni sono i comparti più colpiti.

Il mismatch
Non è in realtà un fenomeno solo francese. In Germania è da tempo che il cosiddetto mismatch, il disallineamento tra le competenze richieste dalle aziende e quelle offerte dai lavoratori ha colpito il Paese. L’economia tedesca ha però un tasso di disoccupazione inferiore al 4% (per la classe d’età 15-74 anni) ed è normale che a questi livelli si presentino problemi. In Francia i senza lavoro sono invece appena calati sotto il 9%, a un livello decisamente più alto non solo del periodo pre crisi, ma anche di quello immediatamente successivo alla Grande recessione.

Una curva più alta
Gli aneddoti su questa o quella azienda in difficoltà, questo o quel settore sotto pressione non raccontano però la storia nel suo complesso. I dati Eurostat mostrano che il fenomeno è ormai ampio. La cosiddetta “curva di Beveridge”, che mette in relazione il tasso di disoccupazione e il livello dei posti “vacanti” (vacancies, in percentuale sul totale tra posti di lavoro occupati e vuoti), si è - come si dice in linguaggio tecnico - spostata verso l’alto per molti paesi. Più semplicemente, questo significa che a un uguale livello di disoccupazione in passato la percentuale di posti vacanti era più bassa di oggi.

Un problema europeo

Dai dati emerge che è l’intera Eurolandia a soffrire oggi di questo fenomeno, che un tempo sembrava limitato agli Stati Uniti: il livello delle vacancies è ai massimi storici, l’1,9% mentre la disoccupazione (nel grafico, per rendere possibili i confronti, il tasso trimestrale delle persone tra 15 a 74 anni) non è certo ai minimi. È evidente come la curva si sia spostata verso l’alto: i dati del periodo 2007-2010 e quelli del periodo 2011-2017 si muovono su due livelli diversi.

Il malessere francese

In Francia a un tasso di disoccupazione del 9,3% corrispondeva - nel terzo trimestre ’17 - un livello di posti vacanti pari all’1,1%; nel quarto trimestre 2011, allo stesso tasso di disoccupazione corrispondeva un livello di posti vacanti dello 0,7%, e nel primo del 2010, a una disoccupazione appena più alta (9,4%) corrispondevano posti vacanti allo 0,4%. Il grafico - che torna indietro al 2003, mostra come i dati si siano “spostati” due volte: quelli nel periodo 2007-2010 - ma si potrebbe tornare indietro fino al 2003 - sono concentrati nella parte bassa del quadrante, quelli del 2011-2015 sono nella parte intermedia, mentre i più recenti si proiettano verso l’alto, a segnalare come il problema peggiori rapidamente.

Il caso italiano

L’Italia, che negli anni scorsi sembrava al riparo da questo fenomeno - malgrado le dichiarazioni di qualche politico - si assiste alla stessa tendenza : il livello di vacancies (per le aziende con più di 10 addetti) era dell’1% nel terzo trimestre 2017 con una disoccupazione al 10,6%. Nel secondo trimestre 2012, a un livello di senza lavoro appena più basso (10,5%) corrispondevano posti vacanti pari allo 0,5%. Per ritrovare nei dati sulle vacancies l’un per cento registrato a fine settembre occorre tornare indietro agli ultimi trimestri precedenti la crisi: al terzo trimestre del 2007, quando la disoccupazione era però ben più bassa: un irripetibile 5,6% (per le persone tra 15 e 74 anni). Il grafico mostra - sia pure in modo meno evidente che in altri paesi, come il livello attuale di vacancies corrispondeva in passato a livelli ben più bassi di disoccupazione.

L’apripista tedesco
La Germania è stato il primo paese europeo a lamentare il problema del mismatch. Nel caso tedesco è però più difficile analizzare il fenomeno per due motivi. Innanzitutto la mancanza di dati: è solo dal 2010 che vengono raccolti i dati tedeschi sulle vacancies, e non è quindi possibile individuare innalzamenti della curva rispetto agli anni precedenti. In secondo luogo la bassa disoccupazione tedesca non permette di capire quanta parte del fenomeno sia, in qualche modo, fisiologico, legato al buon funzionamento del mercato del lavoro, e strutturale, difficilmente migliorabile.

Il confronto tra Paesi

Un confronto tra le diverse economie di Eurolandia, sulla base degli ultimi dati disponibili (il terzo trimestre 2017) permette di meglio contestualizzare il problema. Francia e Italia appaiono dunque molto vicine tra loro, e non rivelano una situazione “peggiore” rispetto a quella dei partner. Lo stesso discorso può essere fatto per la Germania. Nei grandi Paesi di Eurolandia è quindi la dinamica a preoccupare: la tendenza del problema ad aggravarsi nel tempo. Ben diverse appaiono la situazione della Spagna, per esempio, con vacancies piuttosto elevate rispetto al tasso di disoccupazione, o quella di Belgio e Lettonia che associano a un livello relativamente basso di senza lavoro un numero più importante di posti vacanti.

Dati «confidenziali»
A quanti posti corrispondono queste percentuali? Alcuni Paesi, tra cui l’Italia, mantengono “confidenziali” i dati in valore assoluto, e mancano quindi indicazioni per l’intera Eurolandia. Il portale Ue sulla mobilità del lavoro, che cerca di affrontare il problema, censisce 1.800.000 posti vacanti, ma i numeri reali sono molto più alti. Solo in Germania sono 1.150.000, in Olanda 217mila, in Spagna 110mila, la Francia ne calcola 150mila nelle imprese con più di 10 addetti, ma è possibile che i dati siano sottovalutati. Anche perché non tengono conto di altri problemi non facilmente rilevabili dalle statistiche, ma in crescita: i lavoratori con competenze sottoutilizzate, quelli non adeguatamente competenti e quelli con competenze divenute obsolete.

I settori in sofferenza
I numeri complessivi, inoltre, non mettono in evidenza la sofferenza di alcuni singoli settori. Quasi ovunque, per esempio, il manifatturiero sembra meno colpito della media dal fenomeno del mismatch. Le costruzioni in Germania mostrano invece un tasso di vacancies del 3,8%, in Francia dell’1,3% e in Italia dell’1,1%, tutti livelli superiori alla media. Il settore ristorazione e alberghiero francese è al 2%, mentre in Italia sfiora in 3% nei mesi invernali. Informazione e comunicazione giunge al 3,6% in Germania, all’1,7% in Francia e all’1,5% in Italia. Per le occupazioni professionali, scientifiche e tecniche la Germania arriva al 5,7%, la Francia all’1,3% e in Italia all’1,2%, in forte aumento anche rispetto al recente passato.

Veri e falsi disallineamenti
La soluzione è ovviamente nell’adeguamento delle competenze: scuole migliori, apprendistato efficiente, istruzione permanente (lifelong learning). A volte, come segnala il Cedefop, l’agenzia europea sull’aggiornamento professionale, il disallineamento tra domanda e offerta non è però solo un problema di competenze. Una componente importante è l’insufficiente livello salariale offerto, mentre non andrebbe sottovalutata l’inefficienza del management delle risorse umane («Cercano diciottenni con esperienza ventennale», si lamentava su un social un amministratore delegato straniero che, controcorrente e con successo, aveva assunto ultracinquantenni): secondo un’indagine Cedefop su microdati pesa nel 13% delle imprese in difficoltà come fattore unico e in un ulteriore 22% associato a una effettiva carenza di competenze.


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