Formazione in azienda

Lavoro e competenze restano disallineate

di Natascia Ronchetti

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Quasi sempre sfiduciati, molto spesso costretti a rinunciare a sogni e passioni, ma anche, a volte, disinformati sui principali strumenti delle politiche attive del lavoro e, quasi nel 50% dei casi, convinti, quando hanno una occupazione, che l’attività che svolgono sia poco o per nulla attinente al percorso di studi e di formazione che hanno scelto.

Il ritratto dei giovani italiani tra i 25 e i 34 anni di età e delle loro modalità di approccio alla ricerca di un lavoro emerge da una indagine realizzata dalla Fondazione Censis, e publicata lo scorso mese, per conto di Ebi.Temp, ente bilaterale delle agenzie interinali. La ricerca ha preso in esame un campione di mille giovani, appartenenti ad ogni tipo di condizione professionale (occupati, disoccupati e non attivi). E ha mostrato per prima cosa uno scollamento tra le competenze acquisite nel corso dell’iter di studi o di formazione e il lavoro che viene effettivamente svolto. Un disallineamento che è totale per il 26,9% degli intervistati, mentre un ulteriore 22,6% ritiene che la connessione sia solo marginale.

L’assenza di un collegamento tra ciò che fanno e ciò che hanno studiato è maggiore tra i giovani che dispongono della sola licenza media, e che svolgono in prevalenza attività di tipo prettamente esecutivo, e diminuisce progressivamente tra i diplomati e i laureati. Anche tra questi ultimi resta però elevata (38,1%) la quota di chi non individua alcun collegamento tra la propria formazione e il proprio lavoro: un dato significativo se si considera il lungo investimento in capitale umano, anche superiore ai vent’anni, in caso di dottorati e master post laurea.

Per quanto riguarda l’elevato livello di disoccupazione, oltre il 46% del totale ritiene che sia dovuto all’innalzamento dell’età pensionabile. Un secondo motivo viene individuato (38,8% del campione) nel mancato funzionamento dei meccanismi di incontro tra domanda e offerta, causa quest’ultima che viene indicata come principale ostacolo dai laureati mentre è più sottovalutata dai giovani con un basso livello di istruzione. Al terzo posto troviamo la crisi economica, seguita dalla scarsa attitudine ad impegnarsi in lavori di basso profilo. Solo il 19,3% indica come motivazione la scarsa corrispondenza tra le competenze fornite dalla scuola e le richieste delle imprese, anche in questo caso, però, con una percentuale più alta tra i laureati.

«Oggi i giovani si sentono soli di fronte a un mercato del lavoro così difficile da interpretare – spiega Giuseppe De Rita, presidente della Fondazione Censis - e si muovono in maniera randomizzata, guidati dall’istinto, dal passaparola o da qualche consiglio acquisito per le vie informali. Si sentono anche piuttosto sfiduciati, non solo per i primi inevitabili insuccessi, ma anche a causa di una pervasiva narrazione sul lavoro che non c’è e che, se c’è, è per pochi privilegiati: le briciole a tutti gli altri». «Ora però - continua De Rita - l’economia italiana mostra segni di ripresa. Bisogna lavorare per ottimizzare l’incontro tra domanda e offerta. Sia per i giovani, sia per le stesse aziende, che hanno bisogno di competenze». Anche perché il lavoro, sottolinea il responsabile della ricerca, Marco Baldi, «continua a rimanere centrale nelle strategie di vita dei giovani italiani. Viene considerato l’unica chance di affermazione sociale».

Per fronteggiare il problema della disoccupazione gli intervistati hanno chiamato in causa in particolare le istituzioni pubbliche. Alle quali chiedono soprattutto più incentivi per supportare l’imprenditoria giovanile ma anche lo sblocco del turn over nella Pubblica amministrazione e un maggiore sostegno all’apprendistato e all’alternanza scuola-lavoro. Meno successo riscuotono misure come l’introduzione di un reddito di cittadinanza legato a percorsi obbligatori di formazione o come la maggiore promozione dell’istruzione tecnica e scientifica.


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