Formazione in azienda

La via lombarda alla buona alternanza

di Gianni Trovati

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Programmata in modo condiviso dal consiglio di classe, svolta durante l’anno scolastico (meglio se interrompendo le lezioni) e direttamente in azienda, valutata nel giudizio finale sullo studente. L’alternanza scuola-lavoro, quando funziona davvero, funziona così. Quando invece non decolla, diventa adempimento burocratico, mal digerito dalle scuole e tradotto in un aggiustamento dei tirocini o, peggio, in esperienze simulate. «Con l’obiettivo di vincere la sfida di un sistema educativo nel quale studio e lavoro siano sempre più integrati – sottolinea Pietro Guindani, vicepresidente di Assolombarda e presidente di Vodafone Italia – stiamo definendo, insieme con la Camera di Commercio metropolitana e le altre associazioni di categoria, un modello di servizi per l’alternanza che, da un lato, assista e faciliti le aziende negli adempimenti normativi e dall’altro garantisca un affiancamento all’impresa nell’inserimento dei giovani nei percorsi scuola-lavoro».

Introdotto dalla legge sulla Buona scuola (107/2015), il meccanismo per abbattere la parete divisoria fra istruzione e lavoro, dopo le piccole falle aperte dai vecchi tirocini, sta concludendo il primo triennio. Sul piano nazionale è presto per misurare la distanza fra gli obiettivi ambiziosi (400 ore in azienda in tre anni per gli studenti degli istituti tecnici e professionali, 200 ore per quelli dei licei) e le realizzazioni concrete. Dalla Lombardia, però, arrivano i primi risultati di un monitoraggio sulle scuole del territorio. E appaiono incoraggianti.

Insieme all’Ufficio scolastico regionale, Assolombarda ha deciso di tastare il polso all’alternanza, in una regione che quest’anno vede 200mila studenti coinvolti da progetti di alternanza in 729 scuole statali e 376 paritarie. Per il suo tessuto economico e l’alleanza “storica” che lega imprese, scuole e Regione, i risultati lombardi non possono essere considerati automaticamente indicativi del quadro nazionale, ma possono offrire utili indicazioni per un’alternanza di successo. Anche per evitare le esperienze “vuote” di contenuti che hanno agitato le proteste studentesche dei giorni scorsi.

Programmazione e valutazione, si diceva, sono snodi cruciali per capire se la pratica dell’alternanza risponde davvero agli obiettivi. Ma la discriminante principale è ovviamente nelle modalità concrete di svolgimento: l’alternanza reale combina attività a scuola e tirocini operativi in azienda e l’88% delle scuole lombarde ha scelto questa strada, relegando ai margini le opzioni “alternative” delle simulazioni d’azienda. Anche il calendario offre elementi utili di valutazione: nel 90,5% dei casi le scuole lombarde collocano l’esperienza in azienda all’interno dell’anno scolastico e solo il 9,5% degli istituti lo sposta in estate sul modello dello stage. In due terzi dei casi, il periodo in azienda supera le 80 ore.

L’esperienza in azienda si inserisce così a pieno titolo nel percorso didattico e non viene confinata come elemento accessorio, utile a soddisfare gli obblighi di legge più che le esigenze degli studenti. Una collocazione del genere, però, ha impatti rilevanti sulle attività didattiche e nella gestione di questo aspetto le note si fanno meno piacevoli. In un caso su tre, le scuole che interrompono le lezioni nelle settimane dell’alternanza non modificano i programmi, che quindi comprimono il tutto nel tempo che rimane. Il percorso si deve concludere nella valutazione, che anche per la scuola, e non solo per lo studente, rappresenta la prova del nove del successo dell’alternanza: se il meccanismo si basa su un progetto formativo pensato per competenze, e non si limita a una semplice appendice della didattica tradizionale, diventa ovvio far entrare la valutazione dei tutor aziendali nella “pagella” finale dello studente. E, almeno in Lombardia, il 76,1% delle scuole dichiara di seguire una valutazione complessiva delle attività svolte in azienda.


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