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Perché un giovane su due è convinto che guadagnerà meno dei genitori (e ha ragione)

di Alberto Magnani

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Meno stabili, meno ascoltati e, soprattutto, meno retribuiti. I giovani italiani sono tra i più pessimisti d’Europa sulle proprie aspettative salariali, sia rispetto ai coetanei internazionali che nel confronto con il primo termine di paragone domestico: i genitori. Un’indagine di Monster, un portale di ricerca lavoro, ha evidenziato che circa il 50% degli intervistati italiani ritiene che guadagnerà una cifra «inferiore o molto inferiore» rispetto alle generazioni precedenti. Una quota più elevata di quella registrata in economie Ue come Finlandia (24%) e Francia (27%), per scendere al 17% sul mercato degli Stati Uniti.

Il disagio nei confronti di una retribuzione inadatta alle proprie competenze sembra riflettersi anche nella crescita dello scoraggiamento vero e proprio, cioè nella tendenza a non cercare lavoro in maniera attiva. Secondo dati Istat, il tasso di «mancata partecipazione» (la quota di chi è disponibile a lavorare, ma non si muove in autonomia) è cresciuto del 9,5% tra 2007 e il secondo trimestre 2017, fino a rappresentare il 26,1% della forza lavoro nella fascia 25-34 anni.

Quanto guadagnano i “giovani” in Italia
In realtà non esiste un dato univoco sulle retribuzioni dei giovani italiani. Secondo un’analisi svolta per il Sole 24 Ore da JobPricing, una società di ricerca, i lavoratori nella fascia 25-34 anni incassano in media dai 26.269 euro lordi l’anno (non laureati) e 30.496 euro lordi l’anno (laureati) . Per farsi un’idea su scala continentale, secondo dati del gruppo di consulenza Willis Towers Watson , l’asticella degli stipendi nei contratti di ingresso sale a 36mila euro lordi in Francia, 39.300 euro lordi in Svezia e 46.800 euro lordi in Germania . La retribuzione va rapportata poi a peso fiscale e costo della vita, ma lo scarto di circa 16mila euro con la stessa Germania non è un elemento che gioca a favore dell’ottimismo «generazionale» di chi si affaccia sul mercato dell’occupazione.

Vincenzo Galasso, professore alla Bocconi, sottolinea che sondaggi come quello di Monster sono comunque influenzati dalla «depressione» che aleggia sullo scenario italiano. Ma le ragioni che spingono alla negatività un lavoratore under 35 sono più strutturali che psicologiche: «Andando più nell'ambito delle “cause vere” di questo pessimismo ci sono motivi strutturali e motivi contingenti - dice Galasso - I motivi strutturali sono dati dal fatto che i giovani sono penalizzati da un mercato del lavoro rigido, che tende a rendergli degli outsider. Quanto alla congiuntura, i giovani sono i primi a soffrire della lentezza della ripresa». Oltre alla barriera burocratica e al dualismo tra ipergarantiti e precari, però, Galasso cita debolezze più “interne” alla composizione dell’impresa italiana: dalla «struttura familistica» delle aziende al «meccanismo di selezione». Cioè al canale per la ricerca di lavoro, ancora dominato dalle conoscenze familiari: secondo gli ultimi dati Ocse, i «contatti personali» forniti da amici e parenti rappresentano il canale d’accesso sul lavoro del 35% delle risorse. Concorsi pubblici e selezione per meriti professionali incidono, entrambi, sul solo 10%.

«Non è questione di pessimismo, è davvero più difficile lavorare»
La crisi, ovviamente, ha fatto la sua parte nell’incupirsi delle prospettive. Ma il deficit italiano è aggravato dalla riduzione di opportunità lavorative per le risorse più qualificate, emerso in maniera più drastica rispetto agli altri paesi europei. Come spiega Giovanna Fullin, professoressa di Sociologia e ricerca sociale alla Bicocca di Milano, si rischia di creare un circolo vizioso tra il vuoto di prospettive di carriera allettanti e il blocco della ricerca di impiego. «Il problema grosso riguarda la scarsità di occupazione per le risorse qualificate - dice - I giovani che hanno investito in formazione non trovano impieghi all'altezza e preferiscono bloccarsi. Le opportunità qualificate si sono ridotte e le mancanza di prospettive scoraggia». Oltre alle retribuzioni, comunque, si fa fatica a sbloccare l’ostacolo originario: l’inserimento nel mercato del lavoro, avvertito come più lento e macchinoso rispetto alle opportunità offerte alle generazioni precedenti. E, anche in questo caso, il pessimismo c’entra poco: « Rispetto ai genitori si trovano condizioni di ingresso più difficili, è qualcosa che si è modificato nel tempo - spiega Fullin - Anche la precarietà negli ultimi decenni ha finito per colpire le risorse più qualificate. Un tempo non succedeva».


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