Servizi per il lavoro

La fuga dei giovani costa un punto di Pil

di R.Boc.

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«Va sfatata l’assunzione che il recupero del mercato del lavoro sia la cenerentola del quadro economico». Il capo economista del CsC (Centro studi Confindustria) , Luca Paolazzi, tiene a sottolineare che i miglioramenti sul versante dell’occupazione sono stati consistenti: il numero delle persone occupate nell’estate del 2017 è tornato sopra i 23 milioni, sui livelli del 2008 e a fine 2018 vi saranno 160 mila occupati in più rispetto alla data d’inizio della grande crisi. Se invece si fanno i conti a partire dal 2014 (cioè subito dopo il punto di minimo raggiunto dall’occupazione in Italia) si vede che a fronte di una crescita cumulata del 3% nel Pil le persone occupate sono aumentate del 3,7%(+815 mila) e sono cresciute del 3,7% anche le unità di lavoro per anno (Ula) mentre il monte ore lavorate è salito del 4,3 per cento.

Tutto bene allora? Non esattamente. Da un lato, infatti, ha ricordato Paolazzi, resta assai elevato il numero delle persone a cui il lavoro manca, in tutto o in parte: si tratta di ben 7,7 milioni di persone(erano 8,1 nel 2014), se si considerano tutti insieme i disoccupati, il lavoratori scoraggiati e coloro che vorrebbero lavorare a tempo pieno ma hanno solo un part-time. Dall’altro lato, ha detto il chief economist di viale dell’Astronomia «il vero tallone d’Achille è l’occupazione giovanile». È su questo terreno che la crisi ha picchiato durissimo, visto che tra il 2008 e il 2014 il tasso di occupazione è sceso di 8,6 punti percentuali nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni(da 24,2% a 15,6%) e di 12,6 punti nella fascia tra i 25 e i 29 anni(da 64,3% a 51,7%) mentre il calo medio complessivo è stato di 2,9 punti. Accanto a una forte riduzione del benessere di queste generazioni questo fenomeno può abbassare l’intero potenziale di crescita dell’economia italiana, in un paese che invecchia e che di giovani al lavoro avrà un disperato bisogno nei prossimi decenni(nel 2060 vi saranno 62 individui ultrassessantacinquenni ogni 100 persone in età da lavoro).

Senonché, invece di allargare la platea dei “lavoratori di domani” nel nostro paese si va intensificando il fenomeno dell’emigrazione all’estero dei giovani per motivi di lavoro: il 51% di chi ha spostato la residenza all’estero fra il 2008 e il 2015 aveva un’età compresa fra i 15 e i 39 anni: si tratta di ben 260 mila persone. Ora, qualunque genitore sa che allevare e offrire un’educazione completa a un figlio fino a 25 anni costa caro. Ma Confindustria ha fatto qualche calcolo più preciso: se si stima questa spesa familiare intorno ai 165 mila euro, è come se l’Italia con l’emigrazione dei giovani avesse perso in questi anni 42,8 miliardi di euro di investimenti in capitale umano. Nel solo 2015 la spesa delle famiglie più quella sostenuta dallo Stato per la formazione dei giovani che hanno lasciato il Paese, è stata complessivamente pari a 14 miliardi, ovvero un punto di Pil. È un’emorragia da fermare al più presto, sottolinea Confindustria, se si ha a cuore il potenziale di sviluppo e di innovazione del paese, che in definitiva è il motore della produttività.


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