Formazione in azienda

Formazione, Italia fanalino Ue

di Cristina Casadei

Knowledge economy. La declinazione è molto in voga e ha il merito di riportare al centro la formazione che nel mondo del lavoro è sempre stata, con le debite eccezioni, un’ancella. E lo è ancora oggi in Italia, visto che partecipano ad attività di formazione solo due milioni e mezzo di adulti tra 25 e 64 anni. La crisi, la ripresa, l’alfabetizzazione digitale, l’introduzione del diritto soggettivo alla formazione e allo studio di uno dei più importanti contratti, quello dei metalmeccanici, il rilancio delle politiche attive e il tema dell’occupabilità delle persone la hanno riportata al centro del dibattito. Ma cosa dicono i numeri? L’Istituto nazionale delle politiche pubbliche (da ora in avanti Inapp), che ha raccolto l’eredità dell’Isfol, nell’ultimo rapporto ha presentato un’Italia in affanno.

La Ue aveva fissato l’obiettivo di partecipazione degli adulti ad attività di formazione e istruzione al 15% entro il 2020. L’Italia dopo un aumento tra il 2013 e il 2014, anni in cui il tasso è passato dal 6,2% all’8%, nel 2015 è ritornata al 7,3%. Distante anni luce dai tassi di partecipazione dei paesi del nord Europa: la Danimarca supera il 30%, la Svezia è vicina a questa quota, mentre la Finlandia è più vicina al 25%. Poi arrivano i Paesi Bassi, la Francia, il Lussemburgo, il Regno Unito che sono al di sopra dell’obiettivo della Eu del 15%, mentre Austria, Estonia e Slovenia sono poco al di sotto. L’Italia si colloca al sedicesimo posto.

Senza un sistema che favorisca la partecipazione sono il livello di istruzione, l’età e la condizione occupazionale e professionale a influenzarla. Il candidato più presente ai corsi è giovane, istruito e occupato in professioni qualificate, quello che invece è pressoché sconosciuto, ma forse sarebbe più bisognoso, è chi svolge un lavoro poco qualificato, ha una scarsa istruzione e ha superato i 45 anni. La sfida è coinvolgere proprio chi più di altri ha bisogno di acquisire, sviluppare, aggiornare le competenze soprattutto per la propria occupabilità. Il presidente dell’Inapp, Stefano Sacchi, osserva che «in generale gli over 50 mostrano competenze inadeguate rispetto alle innovazioni tecnologiche e organizzative. Questo fattore può ulteriormente ampliare la differenza tra domanda e offerta di competenze e metterne a rischio l’occupabilità».

Il 2015 è stato l’anno in cui la propensione formativa delle imprese ha subito una battuta d’arresto. Il numero delle imprese che ha investito è infatti passato dal 23,1% del 2014 al 20,8% del 2015, secondo l’ultimo rapporto Inapp. Le grandi e grandissime imprese sono quelle più presenti nella letteratura che racconta la formazione. Molti i settori che hanno registrato un calo: le public utilities (energia, gas, acqua, ambiente), per esempio, ma soprattutto sono tessile, abbigliamento e calzature, come pure il legno e il mobile i settori. Invece chimica, farmaceutica e petrolio, insieme ai comparti elettrico, elettronico, ottico e medicale in quasi un caso su tre sono aziende formatrici. La finalità? Quella più importante rimane aggiornare il personale sulle mansioni già svolte (84%), mentre solo nell’11,4% dei casi l’obiettivo è formare il personale per svolgere nuove mansioni o lavori.

Fare formazione, come sanno bene le aziende che la fanno, ha costi alti e lo scatto potrebbe arrivare dalle risorse. Se guardiamo al contesto europeo (Ue 28) tra il 2004 e il 2014 la spesa complessiva è stata intorno all’1,8% del Pil. Con un diverso approccio alle politiche attive e passive. Per esempio l’Italia, secondo quanto emerge dal rapporto Inapp, fino al 2014 ha aumentato la spesa per le passive e ridotto l’investimento per quelle attive. Nel gruppetto dei paesi che hanno investito maggiormente su entrambi i fronti ci sono Germania, Francia, Finlandia, Paesi Bassi, Danimarca. Con effetti molto positivi sull’occupazione. Se si parla di risorse per la formazione non si può non parlare del prelievo dello 0,30% sul monte salari che dopo la crisi economica, quindi dal 2008 in poi, è stato destinatario di una serie di provvedimenti normativi che ne hanno indirizzato quote per scopi alternativi al finanziamento della formazione dei lavoratori e delle impres. Fino al 2014 sono state utilizzate per lo più per la cigs in deroga e la mobilità in deroga, dal 2015 sono stati invece resi strutturali alcuni prelievi destinati a finanziare altre misure, legate solo in parte all’incentivazione di politiche attive di sostegno ai lavoratori. Il 2016 è stato l’anno di maggiore frammentazione nella destinazione delle risorse: dei 781 milioni maturati al novembre 2016 quelli destinati propriamente alla formazione continua - gestiti dai Fondi interprofessionali più parte del Fondo per le politiche comunitarie - sono stati poco più del 62% dell’intero 0,30%. In altre parole il contributo alla formazione continua è passato dallo 0,30 allo 0,19%. Se la formazione è la miglior polizza per l’occupabilità sarebbe auspicabile garantire le condizioni di fattibilità.


© RIPRODUZIONE RISERVATA