Enti e regioni

In formazione 2,8 milioni di lavoratori

di Claudio Tucci

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Più di 2,7 miliardi di euro assegnati in 11 anni; 119mila piani di formazione finanziati; 2,8 milioni di lavoratori coinvolti. Fondimpresa (il fondo interprofessionale per la formazione continua di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil - il più grande in Italia) conferma numeri positivi; ma gli ultimi vincoli normativi previsti dal Jobs act e il prelievo forzoso di 120 milioni l’anno (per finanziare gli ammortizzatori sociali), rischiano di “inceppare” lo strumento (i fondi sono, nei fatti, l’unica fonte di finanziamento certo della formazione a vantaggio di imprese e dipendenti).

Una situazione «contradditoria, e che va chiarita subito», ha evidenziato il numero uno di Fondimpresa, Bruno Scuotto; soprattutto adesso che il governo pensa di coinvolgere i fondi interprofessionali nel nuovo piano di rilancio delle politiche attive («per anticipare il prima possibile la riqualificazione delle persone coinvolte nelle crisi aziendali», ha spiegato Marco Leonardi, a capo del team economico di palazzo Chigi). Un compito che si andrebbe ad aggiungere agli altri già in pista: la formazione dei giovani in ingresso nel mercato del lavoro, l’aggiornamento dei lavoratori “maturi” e la necessaria preparazione per Industria 4.0.

Il punto è che «bisogna fare i conti con la realtà - ha rimarcato Scuotto -. Noi siamo pronti alle nuove sfide, ma con la riduzione del contributo 0,30% allo 0,19% (ultimo rapporto Isfol-Inapp, ndr) è praticamente impossibile per i fondi farsi carico di una formazione a 360 gradi dal punto di vista economico». Di qui la necessità di un rapido cambio di rotta, con l’introduzione di regole certe e uguali per tutti, la razionalizzazione del sistema, e la valorizzazione delle esperienze di efficacia e trasparenza. Bene, poi, coinvolgere i fondi nel nuovo percorso di gestione delle crisi d’impresa ipotizzato dall’Esecutivo (del resto, Fondimpresa ha già impegnato oltre 160 milioni per riqualificare lavoratori in cig e mobilità), ma la discussione «dovrà tener conto delle proposte delle parti sociali formulate a settembre 2016 - ha precisato il vice presidente per il Lavoro e le relazioni industriali di Confindustria, Maurizio Stirpe -. E in ogni caso bisognerà garantire tempi, esiti e costi certi per le aziende».

Il primo “faccia a faccia” tra governo e parti sociali su ruolo e (nuove) prospettive dei fondi interprofessionali, andato in scena ieri, a Roma, nel corso di un convegno organizzato da Fondimpresa, alla presenza del ministro, Giuliano Poletti, è entrato subito nel vivo. Tutti d’accordo, da Tania Scacchetti (Cgil) a Luigi Petteni (Cisl) a Carmelo Barbagallo (Uil), sulla necessità di puntare «sulla formazione continua dei lavoratori» («possibilmente già a partire dalla scuola», ha precisato Maurizio Del Conte, a capo di Anpal). Ma l’elenco delle criticità che attanaglia i Fondi interprofessionali è lungo: oltre ai 120 milioni sottratti annualmente, c’è la loro equiparazione a organismi di diritto pubblico, la complessità e rigidità dello sportello per gli aiuti di Stato, e, inoltre, la concorrenza sleale di fondi che aggirano gli accordi tra rappresentanze aziendali e sindacali nel territorio, previsti dalla legge ed elemento fondante di ogni piano formativo. Tutti aspetti che, ha tagliato corto il vice presidente di Fondimpresa, Paolo Carcassi, «vanno aggiustati».

Accanto al coinvolgimento dei fondi per affrontare le crisi aziendali, l’Esecutivo, ha detto Leonardi, ha in mente anche un nuovo strumento pubblico per favorire la ricollocazione, finanziato però pure da un contributo in capo ai datori. «Siamo contrari - ha risposto Maurizio Stirpe -. Già il licenziamento avviene a causa di una crisi dell’impresa. E chiedere, in questa fase, un altro esborso, non è una buona idea perchè aggrava solo la situazione».


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