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Il futuro del lavoro in otto mestieri hi-tech

di Cristina Casadei

Nel dibattito sulle quote rosa e sul gap di genere, c’è il gruppo di chi chiama in causa le quote digitali, come è accaduto ieri alla presentazione della ricerca «Donne e digital transformation: binomio vincente», realizzata da NetConsulting Cube per Ca Technologies e Fondazione Sodalitas su un gruppo di 60 aziende e di 225 studenti di licei e istituti professionali. Cosa ne emerge? Che le migliori opportunità di lavoro sono per i data protection officer, i digital information officer, i cyber security expert, i big data engineer, i mobile application developer, i data scietist, l’esèperto in metodologie agile e l’internet of things expert.

Secondo i direttori dei sistemi informativi ancora oggi però sono pochissime le donne che nelle strutture informatiche ricoprono i ruoli tecnici più innovativi: circa il 25% tra i big data engineer e i digital information officer, 15-25% tra gli esperti in internet delle cose, cyber security, data protection e mobile application, nessuna donna tra i data scientist. Quel che però è più drammatico è che pochi, tra gli studenti, hanno sentito parlare di queste professioni e solo un giovane su 3 ha manifestato interesse a conoscere meglio le professioni del futuro.

A sentirlo raccontare così questo elenco di 8 “mestieri” hi tech sembra molto difficile da immaginare e tende ad allontanare, più che ad attrarre. E questo lo sa bene il professore del dipartimento di Matematica dell’Università di Tor Vergata, Enrico Nardelli, che coordina il progetto Miur-Cini “Programma il futuro” per l’introduzione di una formazione generalizzata agli aspetti culturali fondamentali dell’informatica.

Un tour che comincia dalle scuole elementari «dove è più facile inserire nuove materie come l’informatica - spiega Nardelli - trasferendo la cultura e cercando di fare comprendere cosa significa scambiare dati o essere in rete». Un progetto fortemente condiviso da Fausta Pavesio - tra l’altro indipendent director di Talent Garden e board member di Italia Stat up- che si è laureata in scienze dell’informazione nel lontano 1977 e fa notare come «le ragazze siano più curiose, capaci di ascoltare e sensibili ai processi di trasformazione, ma più che di quote rosa bisognerebbe parlare di quote digitali». Parallelamente, però, osserva Michele Lamartina, ad di Ca Technologies, «occorre una maggiore collaborazione tra il mondo delle scuole, le aziende e il settore no profit».


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