Servizi per il lavoro

Dal «No» al referendum un impatto limitato sui servizi per il lavoro

di Giampiero Falasca

Dopo la bocciatura del progetto di revisione costituzionale proposto da Matteo Renzi, è necessario interrogarsi sugli effetti che l’esito referendario potrà avere rispetto alla riforma delle politiche attive approvata lo scorso anno (dlgs 150/15).

Il progetto di nuova Costituzione avrebbe comportato il superamento della potestà legislativa concorrente tra Stato e Regioni (prevista dall’articolo 117 della Carta) sulla materia dell’organizzazione del mercato del lavoro, e il passaggio alla competenza legislativa esclusiva statale sull’intera materia delle politiche attive.

Questa modifica avrebbe avuto un impatto sulla legislazione futura (impedendo l’approvazione di nuove norme regionali), ma non avrebbe tolto o aggiunto nulla rispetto a una normativa - il dlgs 150 del 2015 - costruita e approvata nel rispetto del riparto di competenza concorrente tra Stato e Regioni previsto dal “vecchio” articolo 117.

La riforma dello scorso anno, infatti, fissa i principi generali che regolano l’organizzazione del mercato del lavoro senza impedire un intervento integrativo delle norme regionali, esattamente come deve accadere in un sistema di competenza legislativa concorrente (e come faceva anche la normativa previgente).

L’esito del referendum non sembra destinato ad avere un impatto significativo neanche sulle norme del dlgs 150/15 che regolano la gestione concreta dei servizi per il lavoro, in quanto la revisione costituzionale bocciata dagli elettori avrebbe regolato in maniera quasi identica al testo vigente la distribuzione delle competenze amministrative.

Il decreto legislativo è quindi pienamente coerente con i principi costituzionali rimasti in vita dopo il 4 dicembre, in quanto da un lato tenta di garantire in misura uniforme su tutto il territorio nazionale i livelli essenziali delle prestazioni (come impone la stessa Costituzione) e dall’altro valorizza e rispetta le prerogative amministrative delle Regioni (il che non esclude, ovviamente, che nascano conflitti sul piano gestionale e concreto).

Questo bilanciamento tra centro e periferia trova espressione in diversi strumenti.

In primo luogo, il decreto prevede che l’Anpal svolga un ruolo di coordinamento dell’intera “rete” nazionale delle politiche attive del lavoro, ma precisa che analogo ruolo deve essere svolto anche dalle Regioni, per i propri ambiti territoriali, evitando sovrapposizioni di ruoli e invasioni di competenze (c’è una salvaguardia espressa dei compiti e funzioni delle Regioni).

Inoltre, il dlgs 150/15 richiede l’intesa della Conferenza Stato Regioni per l’approvazione (tramite decreto ministeriale) dei piani triennali sul lavoro, la definizione degli obiettivi annuali e l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni.

Infine, la riforma delle politiche attive riconosce la possibilità di stipulare apposite convenzioni e accordi tra il ministero del Lavoro e le Regioni per regolare i rapporti tra questi soggetti nella gestione dei servizi per il lavoro e delle politiche attive del lavoro nel territorio di riferimento.

Il dlgs 150/15, quindi, non aveva bisogno della revisione costituzionale del 4 dicembre per trovare una fonte di legittimazione.

Il vero grande problema che deve fronteggiare il decreto riguarda l’eccessiva lentezza della fase attuativa. Sono ancora tante le norme rimaste sulla carta (la stessa Anpal, che avrebbe dovuto acquisire un ruolo di “motore” del nuovo sistema, è ancora in larga misura inattiva), molti strumenti sono stati avviati con modalità timide e sperimentali (ad esempio l’assegno di ricollocazione) e non è mai decollata la “rete delle politiche attive del lavoro”.


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