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I Neet costano l’1,2% del Pil Ue

di Massimiliano Mascherini

Il futuro dell’Unione Europea dipende in gran parte dal futuro dei suoi 94 milioni di giovani e dalle loro prospettive occupazionali, cosi duramente colpite dalla recente crisi economica.

Nonostante negli ultimi due anni la situazione sia lievemente migliorata, secondo gli ultimi dati Eurostat nel 2015 a livello europeo i cosiddetti Neet, cioè i ragazzi che non lavorano e né vanno a scuola, né seguono corsi di formazione, erano circa 13 milioni, il 15% del totale della popolazione giovanile di età 15-29. Con più di 2 milioni di giovani Neet, l’Italia può tristemente fregiarsi del record della popolazione Neet più grande d’Europa.

Secondo l’ultimo studio di Eurofound, la Fondazione Europea per il miglioramento della qualità della vita e le condizioni lavorative, i Neet sono un esercito composto da ragazzi con differenti caratteristiche. In prevalenza giovani donne (56%) e con titolo di studio secondario (46%), i giovani Neet sono principalmente giovani disoccupati e lavoratori già scoraggiati nonostante l’età, giovani madri e ragazzi con disabilità, tutti accomunati dal non riuscire ad accumulare capitale umano e sociale tramite i tradizionali canali del lavoro e della formazione. Una condizione che impedisce loro di conquistare l’agognata indipendenza economica, bloccando a metà il loro percorso di transizione scuola-lavoro e più in generale verso l’età adulta. Non a caso, l’Italia, oltre ad avere la popolazione di Neet più grande d’Europa, è anche il Paese europeo con la più alta percentuale di giovani di età 15-34 anni che vivono con i genitori: 62%.

Come approfondiremo da oggi durante i lavori della conferenza nazionale sui Neet (alle 14,30 la conferenza e la riucerca di chi firma questo articolo, «Il quadro dei Neet in Europa», ndr), organizzata a Milano dall’Istituto Toniolo di Studi superiori, in collaborazione con la Fondazione Cariplo e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, le conseguenze del fenomeno Neet sono drammatiche a livello sia economico che sociale.

Con una stima conservativa che prende solo in considerazione la mancata produttività e contributi allo stato sociale, la perdita economica dovuta alla non-partecipazione dei Neet al mercato del lavoro è di oltre 140 miliardi di euro, pari al 1,2% del Prodotto interno lordo europeo.

Oltre 35 miliardi di euro è la perdita dovuta alla incapacità di integrare i Neet nel mercato del lavoro in Italia, la più elevata d’Europa. Inoltre, rimanere intrappolati fuori dal mercato del lavoro e dell’istruzione per periodi prolungati può portare a sotto-occupazione o disoccupazione cronica, aumentando considerevolmente il rischio di esclusione sociale e provocando un senso di disaffezione che può portare alcuni giovani a guardare con favore alle forze politiche antisistema ed estremiste.

La preoccupazione di trovarsi di fronte a una “generazione perduta”, ha portato al centro del dibattito politico il fenomeno Neet e la loro re-integrazione nel mondo del lavoro. A seguito della iniziativa della Commissione europea gli stati membri, spesso confrontati da pressioni sulla spesa pubblica, hanno implementato la Garanzia Giovani con risultati a volte controversi. Sebbene la Garanzia Giovani vada nella giusta direzione, le ancora drammatiche statistiche ci dicono che è necessario rinnovare e intensificare questo sforzo che dovrebbe sinergicamente unire l’iniziativa pubblica con quella privata e della società civile. Perché re-integrare i 13 milioni di giovani Neet nel mercato del lavoro è responsabilità di tutti, non solo per il loro futuro ma per il futuro di tutti noi.

Direttore della ricerca di Eurofound
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