Formazione in azienda

Piattaforme online anche per i lavoratori

di Claudio Tucci

L’offerta delle università, non solo telematiche, non esaurisce il ricorso all’«e-learning»: una modalità di formazione “continua” che, dopo un esordio un po’ in sordina, una decina di anni fa, sta ora recuperando appeal, in una sorta di “fase due”, non solo tra le aziende (specie quelle medio-grandi e le multinazionali, con sedi in Italia), ma anche tra gli stessi lavoratori, che nelle piattaforme online riescono sempre più a trovare supporto continuo al proprio impiego, senza più doversi allontanare chilometri dalla postazione.

Certo, i numeri sono ancora di nicchia, e ci sono tabù da sfatare e costi da ammortizzare, ma secondo gli ultimi dati dell’Isfol il ricorso all’«e-learning» nel settore della formazione finanziata dai fondi interprofessionali ha (finalmente) intrapreso un curva crescente: nel 2013 tra i piani di formazione messi in campo dai fondi paritetici a vantaggio dei dipendenti l’autoapprendimento “a distanza” rappresentava il 4,2% del totale delle diverse metodologie formative (con l’aula nettamente al primo posto all’80,7%). L’anno successivo, il 2014, l’«e-learning» saliva al 5,2%; per crescere ancora un po’ nel 2015 e attestarsi al 5,8%. In contemporanea, ad aumentare, è stato anche il “training on the job”, passato dal 7,3% di due anni fa, all’8,9% dello scorso anno. Il tutto a discapito delle classiche lezioni frontali in aula, che hanno iniziato a diminuire.

Tra le ragioni della “ripresa” dell’«e-learning», anche nella formazione professionale dei lavoratori, «c’è sicuramente un ammodernamento e miglioramento delle tecnologie che adesso consentono interazioni continue e più ampie - spiega Davide Premutico, ricercatore Isfol ed esperto in formazione per imprese e lavoratori -. La persona viene considerata in un’ottica globale, e anche la qualità dei corsi, oggi, è migliorata visto che sempre più spesso viene certificata da grandi università».

L’autoapprendimento “a distanza” viene utilizzato soprattutto nella ricerca industriale e scientifica (per esempio, nella chimica-farmaceutica) e nel settore dei servizi; e per le grandi aziende multinazionali è vantaggioso «perchè consente di innalzare, allo stesso modo, le competenze e le conoscenze dei lavoratori in funzione anche di una eventuale loro mobilità - aggiunge Premutico -. Pure il discorso dei costi, poi, sta migliorando visto che si riescono ad ammortizzare in un arco temporale di medio periodo».

Per i lavoratori, del resto, la necessità di aggiornarsi e di formarsi “in modo continuo” lungo tutta la vita professionale è ormai indispensabile; e l’Italia sta recuperando terreno. Secondo i recenti dati Ocse ed Eurostat, da noi, il tasso di partecipazione degli adulti all’apprendimento permanente è in lenta ripresa, ma restiamo lontani dalla media Ue, e da paesi come Inghilterra e Francia (tra le motivazioni alla base delle difficoltà italiane viene indicata «l’insufficienza delle opzioni di studio a tempo parziale»; mentre si auspica il rapido decollo di «sistemi didattici più flessibili», in grado di conciliare le esigenze finanziarie, di carriera e familiari).

Per le imprese, la scommessa sulla formazione dei propri lavoratori è ormai una realtà più o meno consolidata soprattutto nelle aziende più grandi del Centro-Nord (che investono di più), mentre le realtà più piccole, specie al Sud, fanno maggiore fatica. La formazione è poi ancora scarsa tra i profili più giovani; e anche i progetti sono da tarare meglio, ancora nella maggior parte dei casi impostati su obblighi di legge, come salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, e meno su riqualificazione e aggiornamento delle competenze dei lavoratori e competitività d’impresa (campi d’azione, questi ultimi, invece, quanto mai strategici per aumentare produttività, competitività e perchè no, salari).


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