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Estetisti, militari, venditori: i mestieri più giovani nell’Italia che invecchia

di Francesca Barbieri

I più giovani sfiorano i 36 anni, i più vecchi ne hanno quasi sessanta. Nel mezzo, un centinaio di “professioni”. Non un viaggio temporale, ma l’istantanea scattata ai lavoratori italiani, selezionati tra i più numerosi nei settori pubblico e privato e tra le libere professioni e classificati in base all’età media delle forze in campo.

Il gap tra primi e ultimi

Secondo il monitoraggio realizzato dal Sole 24 Ore, tra la categoria più anziana e quella più giovane la distanza è di 24 anni: i professori ordinari all’università hanno un’età media vicina ai 60 anni, mentre agli antipodi i lavoratori “somministrati” dalle agenzie per il lavoro ne hanno poco meno di 36.

La squadra dei senior vede schierati in campo quasi tutti i dipendenti pubblici: dai prefetti ai magistrati, dagli insegnanti di scuola di vario ordine e grado agli impiegati ministeriali, regionali e degli enti locali. Tra i professionisti iscritti all’albo, ragionieri e notai - 53 anni ciascuno - sono le categorie più mature, con un distacco di due anni sui medici.

Il gruppo dei junior invece può contare su lavoratori di differente estrazione: psicologi, contabili, militari delle forze armate e di polizia, tecnici informatici e magazzinieri, parrucchieri, estetisti e venditori.

Alla conta dei numeri, però, a prevalere sono nettamente i più anziani: i primi 70 posti sono occupati da lavoratori da 43 anni e mezzo in su, cioè al di sopra dell’età media della popolazione attiva.

«La presenza di una forza lavoro piuttosto “matura” non è affatto sorprendente – commenta Giancarlo Blangiardo, docente di demografia all’università di Milano Bicocca - sia perché il ricambio generazione tra gli occupati fatica a ringiovanire il collettivo, sia perché strutturalmente la popolazione italiana in età attiva è andata via via invecchiando».

Il trend

L’età media della popolazione attiva nella fascia 20-64anni (come detto 43 anni e mezzo) vede il nostro Paese al secondo posto, dopo la Germania, nella graduatoria dei più vecchi in Europa.

«Negli ultimi dieci anni l’età media del potenziale produttivo italiano si è accresciuta di un anno e tre mesi» puntualizza Blangiardo: eravamo il settimo paese più maturo nel 2006, siamo arrivati a un passo dal vertice nel 2015.

Da un confronto tra il 2006 e il 2015 realizzato dal centro studi Datagiovani per Il Sole 24 Ore, emerge che i casi più eclatanti di innalzamento dell’età media nel settore privato sono quelli dei commercianti e delle professioni qualificate nei servizi alla persona (assistenza ai non autosufficienti, governanti, baby sitter), entrambi invecchiati di otto anni. Ingrigiti anche impiegati di segreteria, operai edili specializzati, receptionist, bidelli e portantini, con cinque anni in più.

«L’unico mestiere che “ringiovanisce” - spiega Michele Pasqualotto, ricercatore di Datagiovani - è quello dei commessi di vendita, che vantano un anno in meno, mentre sono quasi stabili (invecchiati solo di un anno) braccianti agricoli e giardinieri, architetti, biologi, agronomi, farmacisti e veterinari».

Nel settore pubblico l’età media sfiora i 50 anni: un balzo in avanti di quasi sei anni dal 2001 al 2014, in primis per effetto dell’utilizzo in forma sempre più estesa del blocco del turnover.

Le quote rosa

Mettendo,infine, sotto la lente il legame tra età e presenza femminile emerge che il link è più stretto nella pubblica amministrazione (all’aumentare dell’età media crescono le quote rosa), mentre è molto basso nel settore privato e nelle professioni autonome.

«Il massimo si tocca tra le insegnanti – sottolinea Daniela Del Boca, ordinario di Economia politica all’università di Torino – dove l’elevata età media (50 anni alla scuola secondaria, ndr) può essere problematica per lo sviluppo cognitivo e non cognitivo dei ragazzi, poichè caratteristiche come età, entusiasmo e aggiornamento dei docenti sono cruciali».

In generale, poi, ci sono professioni che restano “dominate” dagli uomini: dagli operai edili specializzati (in fondo alla classifica con lo 0,2%) agli elettricisti, dalle forze di polizia ai vigili del fuoco, fino ad arrivare a tecnici ingegneri e meccanici, si registrano quote rosa inferiori al 10%, rispetto a una presenza femminile media sul mercato del lavoro intorno al 42 per cento. «Il nostro Paese - conclude Luigi Campiglio, ordinario di Politica economica all’università Cattolica di Milano - continua a caratterizzarsi per tassi di attività femminile tra i più bassi d’Europa, conseguenza da un lato di possibili fenomeni di lavoro sommerso e dall’altro di una situazione strutturale di mancata valorizzazione del potenziale delle donne all’interno di alcuni settori».


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