Enti e regioni

L’Italia resta in coda nella capacità di valorizzare e far leva sul capitale umano

di Giuliana Licini

L’Italia resta nelle retrovie per la capacità di fare leva sul capitale umano, ovvero l’abilità di crescere, sviluppare e utilizzare i talenti della sua popolazione, dalla scuola fino alla pensione. E’ l’annuale classifica dello Human capital index del World economic forum ad evidenziarlo questa volta, nell’assegnare alla Penisola il 34esimo posto sui 130 Paesi, posizione simile a quella dello scorso anno (35esima su 124).

La classifica
Sul podio si confermano Finlandia, Norvegia e Svizzera, davanti a Giappone, Svezia, Nuova Zelanda, Danimarca, Olanda e Canada. L’Italia è penultima tra i principali Paesi industrializzati, solo la Spagna è più indietro nella graduatoria dei big (45esima alle spalle anche della Grecia). La Penisola è superata anche da Ungheria, Cipro, Polonia e Ucraina e fa meglio di poco di Malta, Cuba, Armenia e Romania. Tra i maggiori Paesi, la Germania è 11esima alle spalle del Belgio, la Francia 17esima, il Regno Unito 19esimo e gli Usa 24esimi. I primi 19 Paesi – in base all’indice – hanno la capacità di attingere almeno all’80% del potenziale del loro capitale umani. La Finlandia è prima della classe con quasi l’86%, guadagnato soprattutto per la capacità di sviluppare i talenti dei giovani. Il Giappone, invece, si distingue perché riesce ad avvalersi delle competenze degli ultra-55enni meglio di ogni altro Paese del pianeta, ma anche i Paesi nordici e la Germania hanno buone performance in questo caso.

Lo spreco di “capitale umano”
Il voto complessivo dell’Italia si ferma al 76%, il che vuol dire che la Penisola “spreca” quasi il 25% del suo capitale umano. L’Italia, in realtà, parte bene con un voto di quasi 93 tra gli 0-14 anni, che le consente un 18esimo posto in questa categoria, principalmente grazie al tasso di iscrizione e completamento degli studi primari, anche se la qualità dell’istruzione non brilla (32esimo posto). La situazione peggiora decisamente con il crescere dell’età: tra i 15 e i 24 anni, lo “score” dell’Italia precipita a 72 e fa scivolare il Paese al 49esimo posto per questa fascia d’età. Resta indietro per la qualità dell’istruzione (58esima posto), ma il vero “vulnus” viene dal tasso di partecipazione alla forza lavoro (123esimo posto) e dal tasso di disoccupazione (122esimo). Restano queste le costanti che affossano anche le età successive (25-54 anni e poi over-55), dove l’Italia deve fare i conti anche con la mancanza di formazione sul lavoro (119esima) e la scarsa presenza di laureati, anche se una nota positiva viene dalla diversità di competenze dei laureati italiani (14esimo posto). A livello globale, comunque, lo spreco di capitale umano secondo il Wef è pari al 35%. L’indice sul capitale umano – spiega il rapporto – cerca di catturare la complessità delle dinamiche che interagiscono tra istruzione, occupazione e forza lavoro. Un esercizio tutt’altro che secondario visto che il capitale umano di un Paese, ovvero le conoscenze e le competenze di cui gli individui sono portatori - sottolinea il rapporto - può essere un fattore più importante nel determinare il successo di lungo termine di un Paese più di ogni altra risorsa.


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