Enti e regioni

Dal nuovo titolo V una chance per l’istruzione professionale

di Attilio Oliva*

Il settore dell’istruzione e formazione professionale con i suoi 660mila iscritti è la terza grande gamba della scuola secondaria italiana (dopo i licei e gli istituti tecnici), ma è un settore trascurato, quasi assente nel dibattito nazionale. Una sorta di rimozione come spesso succede per i problemi più delicati e più difficili da risolvere.

Così l’associazione TreeLLLe e la Fondazione per la Scuola hanno pubblicato una ricerca dal titolo “Accendere i fari sull’Istruzione e Formazione professionale”, per almeno quattro ragioni: perché si tratta di una grande questione sociale che riguarda la parte più debole della nostra popolazione scolastica; perché è funzionale alla crescita del sistema produttivo che richiede risorse più qualificate; perché può migliorare l’occupabilità dei giovani; perché, frequentata da molti extracomunitari (circa il 15% contro il 3% dei licei), può favorirne l’integrazione e inclusione sociale. La ricerca evidenzia che proprio in quest’area si annidano i più gravi problemi della scuola italiana.

Ma una premessa va evidenziata: i giovani che vi si iscrivono sono caratterizzati da diversi stili cognitivi e bisogni specifici perché per lo più provengono da famiglie poco acculturate i cui deficit pesano molto sul rendimento scolastico dei figli. Qualche dato: qui i genitori con titoli di studio limitati alla scuola elementare e media sono ben il 42% a fronte del 12% dei genitori dei liceali. Il voto medio agli esami di licenza media è del 6.4 contro l’8.4. dei liceali. Una buona conoscenza dell’inglese riguarda solo il 36% contro il 60% dei liceali. Anche gli abbandoni (dal 30 al 40%), che implicano mettere per strada giovani senza un titolo o una qualifica, sono più del doppio della media nazionale, una vera sciagura.

Va purtroppo rilevato che questo settore è stato storicamente diviso e conteso fra Stato e Regioni e si sono così sviluppate, caso unico in Europa, due offerte parallele, due canali di diversa e confusa natura.

Il primo è il canale dell’Istruzione professionale (Ip) di competenza statale con scuole presenti su tutto il territorio nazionale: ma il percorso è quinquennale e nei suoi programmi e orari è troppo licealizzato: al primo anno si insegnano ben 15 discipline e addirittura due lingue straniere. Un modello senz’altro utile per creare molte cattedre e posti di lavoro, ma poco finalizzato agli interessi di professionalizzazione degli utenti. Invece i percorsi professionali dovrebbero praticare modalità didattiche diverse rispetto ai licei e agli istituti tecnici (ad esempio il learning by doing) per interessare e trattenere tutti questi giovani nel sistema educativo.

Il secondo è il canale dell’Istruzione e formazione professionale (IeFP) di competenza regionale, con percorsi tri-quadriennali organizzati non per discipline, ma per obiettivi, e per queste ragioni è in forte crescita. Il servizio è erogato da Centri di formazione professionale (CFP) convenzionati, concentrati soprattutto nelle regioni del Nord e nel Lazio. Sussistono però forti differenziazioni qualitative dell’offerta, vista anche la debolezza in alcune regioni dei meccanismi di accreditamento degli enti erogatori.

Ma vanno denunciate altre pecche del sistema. L’insufficienza delle risorse investite da parte del ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca per le scuole di istruzione professionale (Ip) e soprattutto da parte del ministero del Lavoro e dalle Regioni per il canale IeFP, nonostante i destinatari siano la parte più debole e bisognosa della popolazione scolastica: il costo per studente si muove tra i 5 e i 7mila euro contro i 12mila dell’analogo sistema professionale francese. Inoltre l’offerta è poco mirata alle differenziate domande del mercato del lavoro: da noi pochi indirizzi e 22 qualifiche, mentre in Francia le qualifiche nazionali sono 200 e in Germania oltre 300 (in apprendistato).

Ma TreeLLLe e Fondazione per la scuola pensano che ci sia un’occasione da cogliere in vista dei cambiamenti costituzionali al titolo V, che prevedono per questo settore nuove attribuzioni di competenze fra lo Stato (che le incrementa) e le Regioni. Sarà bene comunque evitare il rischio di una scolasticizzazione di tutto il sistema perdendo per strada la ricchezza delle migliori esperienze regionali di IeFP. Occorre invece dar luogo a una nuova e differenziata offerta formativa condivisa tra il ministero dell’Istruzione, il ministero del Lavoro e dalle Regioni che, pur erogata da soggetti diversi (Scuole e Centri di formazione convenzionati), porti al conseguimento di qualifiche e diplomi nazionali e consolidi i punti di forza già esistenti nei casi migliori. Ci riferiamo specialmente a: flessibilità organizzativa, didattica per competenze e laboratoriale; offerta più mirata alla domanda delle imprese; due canali operativi su tutto il territorio nazionale cosicché le famiglie possano scegliere per il meglio e infine valutazione dei risultati attraverso esami nazionali e il Sistema nazionale di valutazione (col supporto di Invalsi, di Indire e di un efficace sistema ispettivo).

*Presidente dell’associazione TreeLLLe
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