Formazione in azienda

«Formazione professionale: sei diplomati su dieci subito al lavoro»

di Francesca Barbieri

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«Il 59% dei diplomati dell'istruzione e formazione professionale lavora subito dopo il conseguimento del titolo e il 50% a tre anni dalla qualifica». A fornire i numeri è Silvia Costa, presidente della Commissione cultura e istruzione del Parlamento europeo, che aggiunge: «Questi percorsi sono anche una chance di recupero dalla dispersione. Il 73% degli allievi proviene da precedenti esperienze nella scuola secondaria superiore».
I giovani coinvolti in percorsi di alternanza, però, sono ancora meno del 10% del totale: come aumentare l'appeal della formazione professionale?
Certamente nel nostro Paese è ancora presente un radicato pregiudizio culturale, che separa nettamente istruzione, formazione e lavoro e considera vero apprendimento solo quello che si realizza sui banchi di scuola.

Nonostante un Accordo in Conferenza Stato-Regioni abbia già nel 2010 riconosciuto la pari dignità ai percorsi di istruzione e a quelli di istruzione e formazione professionale, e nonostante l'alternanza scuola-lavoro, introdotta nel 2003, sia stata disciplinata come metodologia didattica già nel 2005. Ma l'idea che si possa imparare facendo esperienza di attività lavorativa e andando nel contempo a scuola fatica ad affermarsi pienamente e non c'è ancora sufficiente orientamento.

Le conseguenze di questa ambiguità di fondo sono di tutta evidenza: le misure per orientare gli studenti e le famiglie spesso non tengono conto dei percorsi di istruzione e formazione; non è ancora stata implementata un'anagrafe nazionale che dia conto sia di coloro che sono a scuola sia di coloro che sono in formazione professionale; non vengono investite sufficienti risorse per sviluppare il sistema; non vengono adeguatamente informate e incentivate le aziende.

A questo si aggiunge il doppio livello di responsabilità istituzionale attribuito dal titolo V a Stato e Regioni in ordine all'istruzione tecnica e alla istruzione e formazione professionale. Tuttavia qualcosa si muove: nel Rapporto sulla Buona Scuola è stato dato ampio spazio alla relazione istruzione-lavoro, che è anche stata oggetto di un interessante dibattito nella Prima Giornata sull'Education promossa da Confindustria l'8 ottobre scorso. E ricordo che per impulso della presidenza italiana per la prima volta i Consigli dei ministri europei dell'Istruzione e del Lavoro si sono reciprocamente “ospitati”.
C‘è un modello europeo che si potrebbe applicare all'Italia?
Il modello duale tedesco, introdotto da una legge del 1969, risulta essere particolarmente interessante, ma in realtà potremmo anche trarre un modello da casa nostra: il Duales System è fin dal 1955 uno dei due canali della formazione professionale nella Provincia autonoma di Bolzano e prevede che i giovani svolgano un apprendistato sul posto di lavoro e frequentino nel contempo le lezioni presso un istituto professionale.

Nel rapporto del Governo sulla Buona Scuola si propone una via italiana al sistema duale, basata su quattro tipi di intervento: 1) l'introduzione dell'obbligatorietà dell'alternanza scuola-lavoro; 2) il sostegno alla nascita di “imprese didattiche” negli istituti superiori; 3) azioni per promuovere la “Bottega Scuola”, cioè le esperienze di inserimento degli studenti nelle imprese artigianali; 4) la diffusione dell'apprendistato sperimentale negli ultimi due anni della scuola superiore.
Nel 2007, quando coordinavo il tavolo degli assessori regionali all'istruzione e alla formazione siglammo un accordo Stato-Regioni per realizzare i percorsi triennali integrati tra istruzione e formazione professionale. Un'esperienza adottata da molte regioni tra cui il Lazio mirata alla riduzione della dispersione scolastica creando sinergie tra scuola e centri di formazione professionale con standard di qualità e programmi che garantivano l'assolvimento dell'obbligo scolastico e la possibilità di “passerelle” che consentivano al termine del triennio di ottenere qualifiche professionali o di tornare a scuola.

Questo modello che considero più integrato che duale, con l'aggiunta di un quarto anno, può anche far transitare questi studenti all'accesso agli Its (istituti tecnici superiori) che come fondazioni di partecipazione tra partners diversi (istruzione, formazione professionale e imprese) rappresentano di fatto una nuova offerta –ancora troppo limitata nei numeri –per le competenze tecniche specialistiche post diploma accanto al canale accademico. Its che nel suo documento Confindustria rilancia giustamente come esperienza strategica e da implementare.
Peraltro, nonostante l'offerta sia molto diversificata nelle regioni o in alcune assente, la domanda dei triennali è in costante crescita, i numeri parlano chiaro: da 23.500 iscritti nel 2002 a oltre 300 mila iscritti nel 2014.
In che modo l’Italia potrebbe dare attuazione efficacemente all’Alleanza europea per l’apprendistato?
La debolezza del sistema è nel fatto che, con la competenza esclusiva conferita alle Regioni, di fatto esistono altrettanti sistemi di apprendistato. Va messo ordine nel quadro istituzionale e legislativo, che appare oggi piuttosto confuso, sia nell'ambito della riforma del titolo V, sia promuovendo e facilitando partnership strategiche tra aziende, scuole e università, potenziando il repertorio nazionale delle professioni e regolamentando il sistema di certificazione delle competenze.
In buona sostanza, va costruita un' “Alleanza italiana per l'apprendistato” che coinvolga Istituzioni statali e regionali, parti sociali, mondo della scuola e della formazione.

In Italia esistono tre tipologie di apprendistato ma che sostanzialmente prevale solo una, quello professionale, sia pure con numeri insoddisfacenti. Mancano all’appello, anche per ritardi e resistenze, l'apprendistato nell'obbligo scolastico e quello in alta formazione che pure sarebbero due leve molto interessanti di inserimento adeguato dei giovani nel mercato del lavoro e di riduzione dei Neet.
È in questa direzione che si muove il punto 5 del Rapporto La Buona Scuola del Governo, che evidenzia anche l'importanza di allargare l'orizzonte dei nostri giovani attraverso le opportunità offerte da Erasmus Plus, che consentano loro di misurarsi con altre realtà formative lavorative, praticando, nel contempo, la lingua straniera.
Ma in Erasmus+ sono previste anche le azioni Erasmus Placement ed Erasmus Entrepreneurship che vedono ragazzi italiani meno presenti che nella mobilità europea degli studenti.

Credo che sia arrivato il momento per promuovere una maggiore mobilità della formazione lavoro attraverso un accordo in Conferenza Stato-Regioni con le università e la Camere di commercio, che possono attivare sportelli per la partecipazione a questi specifici bandi anche in collaborazione con Eurochambres.
Ma sono necessarie anche infrastrutture di informazione e orientamento, l'individuazione di priorità di competenze da sviluppare, la diffusione della conoscenza di queste opportunità tra le scuole e tra le imprese, l'adeguamento delle tipologie di apprendistato e lo sviluppo di quello in alta formazione, nonché la semplificazione dell'accesso per le Pmi e gli artigiani. Non quindi un unico modello ma standard di qualità europei.


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